Arriva un nuovo anno e con lui arrivano non solo le liste dei buoni propositi, ma anche quelle delle cose da mettere in soffitta, delle tendenze di consumo in declino e di quelle che vedremo dappertutto. Al di là delle interpretazioni soggettive – per esempio penso che l’abitudine di bere spritz subirà un tracollo verticale, che vestirsi come un’influencer danese disorganizzata non sarà più così rilevante e che i nuovi locali saranno soprattutto jazz club da venti posti con la colletta per sostenere i musicisti, mentre sulla diffusione dei profumi artigianali che sanno di incenso e acquasantiera non mi pronuncio – è interessante sfruttare il momento per capire dove andrà la musica italiana. Il 2026 segna dieci anni da quando la trap divenne mainstream, anticipando la frantumazione pulviscolare di oggi, che l’ha resa un fenomeno indistinto e piegato al passaggio da trapper a cantautore, con esiti da crooner invecchiato o cantante gigione degli anni ottanta non sempre memorabili. Il fermento legato alla rivisitazione della strumentazione tradizionale, all’uso delle lingue e sottolingue regionali e allo shock termico imposto al folk dall’applicazione dell’elettronica pare aver raggiunto il suo apice per consolidarsi nella normalizzazione e imitazione generalista. Cosa verrà allora? Una spia forse viene da Lux di Rosalía, e anche in Italia la contaminazione principale non sarà più con la musica popolare e la ricerca negli anfratti ma con quella alta, sinfonica, classica. Meno dialetto e più barocco dunque. Intanto buon anno. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati