La televisione deve molto all’età vittoriana, non solo per il campionario di freak che la popola: da qualche anno condivide con quella stagione britannica un rapporto disinvolto nei confonti della morte. Se sotto la regina perennemente vestita a lutto l’attrazione per l’abisso serviva a esorcizzare l’alta mortalità, soprattutto infantile, qui sembra piuttosto l’ultimo miglio percorribile dell’intrattenimento. L’acrobata senza rete non raccontava una storia, era la storia, tutta compressa nel rischio di rompersi. Se succede qualcosa, lo vedo. Se non succede, ho comunque provato l’emozione di averlo temuto (o sperato). In _Skyscraper live _(Netflix), in una luminosa giornata a Taiwan conduttori dal sorriso lieve come fossero a una gara canina seguono l’arrampicatore professionista Alex Honnold scalare senza protezioni il Taipei 101, un grattacielo di oltre 500 metri. Praticamente non c’è arco narrativo. C’è solo l’esposizione di un corpo trasmesso mentre affronta come un King Kong glabro la torre d’acciaio. La diretta non chiede attenzione, ma vigilanza. Una tv neurologica, che funziona come un test di riflessi. Lo spettatore non guarda per capire, ma per controllare che il corpo non cada. Ogni movimento ripetuto, ogni appiglio, alimenta la domanda muta: e se adesso morisse? Alla fine sopravvive, ovvio, e non sapremo mai se per la sua abilità o perché noi, spettatori, non ci siamo distratti. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1650 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati





