Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini a Roma, gennaio 2019. (Alessandra Benedetti, Corbis via Getty Images)

Le macerie sotto la crisi

Luigi Di Maio, Giuseppe Conte e Matteo Salvini a Roma, gennaio 2019. (Alessandra Benedetti, Corbis via Getty Images)
19 agosto 2019 12:51

Il governo del cambiamento gialloverde, quello che doveva durare cinque anni, abolire i poveri, eliminare dalla faccia della terra i migranti, vendicare il passato della prima e della seconda repubblica, rivendute all’opinione pubblica come mere fabbriche di nefandezze, restituire al popolo la sovranità rapinata dall’Europa, funzionare da faro per il disfacimento dell’Europa medesima, si è infranto su se stesso dopo appena quattordici mesi di vita stentata, spericolata, rissosa. E un cumulo di macerie resterà anche nella malaugurata ipotesi di un farsesco rammendo in zona Cesarini dello strappo voluto dal ministro dell’interno, una settimana fa in pieno delirio di onnipotenza e adesso pronto all’ennesimo testacoda tattico.

Come evolverà e dove andrà a parare la prima crisi di governo ferragostana della storia della repubblica dipenderà in larga misura dalla direzione che il 20 agosto le imprimerà il presidente del consiglio. Inutile dunque esercitarsi nel gioco della palla di vetro, che in questi giorni dà per fatto tutto e il contrario di tutto, compresa un’alleanza tra cinquestelle e Pd alquanto ardua da costruire. Inutile anche sfogliare l’album delle foto trash che hanno scandito le tappe del governo sovranpopulista, dall’euforia sguaiata sul balcone di palazzo Chigi per lo zero virgola di spesa in più strappato a Bruxelles al karaoke del ministro dell’interno in mutande con cubiste in tanga brasiliano al Papeete beach. Meglio concentrarsi su quello da cui le convulsioni della cronaca ci distraggono, ovvero l’inventario delle macerie suddette e dei relativi danni. Dal quale inventario dipende qualunque ipotesi credibile di uscita in avanti dalla crisi, e senza il quale qualunque ipotesi di uscita in avanti non è credibile.

Checché ne dica la quasi totalità degli esponenti dell’opposizione di sinistra, il governo gialloverde non è da archiviare per quello che non ha fatto – politiche sociali, lotta alle disuguaglianze, riduzione del debito, investimento su sviluppo, crescita, infrastrutture, istruzione, ricerca e via dicendo – bensì per quello che ha fatto. E al primo posto di quello che ha fatto non ci sono i due provvedimenti-bandiera dei cinquestelle e della Lega (reddito di cittadinanza e quota 100), bensì la demolizione sistematica dello stato di diritto e delle basi della democrazia costituzionale, accompagnata da un altrettanto sistematico imbarbarimento dello spirito pubblico, del senso comune e della sensibilità collettiva, cioè della trama del legame sociale.

Tutto il discorso di Salvini è uno sfregio continuo ai valori della prima parte della costituzione

Che le procedure della crisi si snocciolino mentre al largo di Lampedusa si consuma l’ennesima tragedia dell’immigrazione, e che quest’ultima sia teatro, insieme, del sadismo di regime e dello scontro tra i poteri del Viminale, della magistratura e della presidenza del consiglio, dice già quasi tutto della situazione in cui ci troviamo. Ma per quanto sia quella prescelta da Salvini per praticare ed esibire le sue violazioni sistematiche dell’ordinamento giuridico in nome di un presunto mandato popolare, la questione dell’immigrazione non è l’unica a mostrare la trasformazione dello stato di diritto in stato di polizia e della democrazia costituzionale in governo di un capopopolo “con pieni poteri”.

Non a caso il decreto sicurezza bis tiene insieme le norme contro le ong e quelle contro il diritto di manifestare, unendo in un’unica concezione dell’ordine pubblico il bando degli stranieri e il disciplinamento degli indigeni non allineati. Non a caso allo scontro esplicito con tutti i gradi della magistratura nelle vicende Diciotti, SeaWatch, Mediterranea, Open Arms Salvini ha affiancato di recente lo scontro altrettanto esplicito con il parlamento, rifiutandosi di riferire e perfino di presentarsi in aula sul Russiagate prima e chiamando i parlamentari a “muovere il culo” e tornare a Roma dopo il suo annuncio della crisi di governo. E non a caso tutto il discorso di Salvini è uno sfregio continuo ai valori della prima parte della costituzione, quelli che tutti dichiarano di voler salvaguardare salvo lasciarli affondare da quotidiani sfondamenti razzisti e sessisti e dall’evocazione strategica del rancore e dell’aggressività camuffata da “legittima difesa”.

Soluzioni autoritarie e digitali
Sono elementi più che sufficienti per prendere più che sul serio, dopo mesi di dibattiti astratti sul tasso di fascismo presente nel salvinismo, il progetto istituzionale dell’inquilino del Viminale, che con ogni evidenza è quello di allineare la democrazia italiana alle “democrazie illiberali” in voga in Russia e nel blocco di Visegrád, com’era chiaro fin dal 4 marzo 2018 a chiunque avesse visto le implicazioni internazionali delle ultime elezioni politiche. E com’è diventato ancor più chiaro con il Russiagate, non un caso di ordinaria corruzione ma un segnale politico di prima grandezza dell’orientamento leghista in fatto di collocazione geopolitica e geoideologica dell’Italia.

Nulla di questo progetto tuttavia, è bene ricordarlo per calmierare la faciloneria con cui si guarda alla possibilità di sostituire l’alleanza gialloverde con una giallorossa, avrebbe avuto le gambe per camminare senza l’appoggio e la complicità dei cinquestelle. Non si tratta solo dell’approvazione concorde di singoli provvedimenti, decreti sicurezza in testa, o del comune sentire tra i due alleati in fatto di sicurezza, immigrazione e ordine pubblico. Si tratta di una più sostanziale convergenza su quella che Vladimir Putin definisce l’obsolescenza della democrazia liberale, annunciando al mondo l’ora del suo capovolgimento in una democrazia illiberale. Che passa, a ovest come a est, per la distruzione di ciò che resta della rappresentanza, la demolizione della divisione dei poteri in nome dell’investitura populista di un capo, la riduzione del ruolo del parlamento, il silenziamento dell’opposizione, l’uso di regime dei media vecchi e nuovi, l’insediamento al posto dell’odiata casta di un “popolo sovrano” fatto di follower, deprivato di qualunque potere di partecipazione e di intervento ma munito di like e di hate speech e unificato dall’identificazione nell’icona trash di leader che tutto promettono e poco o nulla mantengono.

La soluzione autoritaria alla Salvini e la soluzione digitale alla Casaleggio della crisi della democrazia rappresentativa si tengono e si rafforzano a vicenda, ed è questo il cemento che ha reso possibile il primo esperimento di governo sovranpopulista dell’Europa occidentale. Il laboratorio italiano non finisce mai di stupire: come avevano capito per tempo Steve Bannon e Aleksandr Dugin, trent’anni dopo il 1989 l’Italia torna a essere, come all’epoca della guerra fredda, una terra di frontiera, dove si sperimentano insieme, frullandone gli ingredienti, la ricetta postsovietica delle democrature dell’est e i cascami dell’illusione libertaria della democrazia digitale californiana.

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Ma se questo è il lascito di quattordici mesi di esperimento sovranpopulista – per larghissimi tratti preparato, non dimentichiamolo, dal ventennio berlusconiano – questo deve essere anche il terreno di costruzione di un’alternativa credibile, sia che passi per il ritorno alle urne sia che passi per un patto di legislatura tra cinquestelle e centrosinistra. Dal punto di vista dei contenuti, il meno frequentato dal discorso politico e mediatico, l’aut aut tra elezioni e governo è meno secco di quanto sembri: nell’un caso e nell’altro, in campagna elettorale o nella contrattazione con i cinquestelle, si tratta per la sinistra di mettere al centro del discorso la ricostruzione dello stato di diritto e di una democrazia inclusiva e vitale. Una mossa tutt’altro che scontata, per una sinistra da anni profondamente divisa sulle soluzioni di ingegneria istituzionale avanzate nei vari tentativi per fortuna naufragati di riforma della carta del 1948. E infatti la sinistra tuttora manca il punto, oscillando tra l’allarme per un rischio fascismo prossimo venturo che sottovaluta – e magari avalla, come in materia di sicurezza – le deformazioni già avvenute dell’edificio democratico, e la tentazione di infilare scorciatoie come quella renziana di un accordo con i cinquestelle basato precisamente sulla riduzione della rappresentanza e del ruolo del parlamento, o altre basate sull’ennesima riforma della legge elettorale.

L’esperimento di governo gialloverde non è stato un incidente di percorso. È nato da una degenerazione lunga e profonda della democrazia rappresentativa e dalla trasformazione del popolo politicamente motivato della tradizione moderna nella folla di individui deprivati e in cerca di capi messa al mondo dal neoliberalismo. Populismo e sovranismo sono due risposte illusorie e reazionarie a questa doppia e connessa crisi. Che quell’esperimento sia fallito è un’ottima notizia. Che si possa voltare pagina anche. Che per voltarla sia sufficiente un cambio di maggioranza e un nuovo contratto di governo, tutto concentrato sulla legge finanziaria come suggerisce Romano Prodi o tutto affidato alle trame di Matteo Renzi, invece è un’illusione. Per aprire una stagione politica nuova bisogna riscrivere da capo quelle due parole impegnative, popolo e democrazia. Se non si è in grado di farlo dal governo, tanto vale provare a riscriverle nel vivo di una campagna elettorale.

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