Magistrati protestano davanti alla corte d’appello di Bucarest contro un decreto legge che minaccerebbe l’indipendenza del potere giudiziario, il 22 febbraio 2019.

Le elezioni europee decideranno il destino della democrazia romena

Magistrati protestano davanti alla corte d’appello di Bucarest contro un decreto legge che minaccerebbe l’indipendenza del potere giudiziario, il 22 febbraio 2019.
02 maggio 2019 10:05

Ventotto giornalisti raccontano la campagna elettorale nel proprio paese in vista delle elezioni europee del 26-29 maggio 2019. La serie è realizzata in collaborazione con VoxEurop.

In Romania la campagna elettorale per il parlamento europeo è segnata dai temi politici interni. Dire che si tratta di problemi seri è un eufemismo. Dal 2016 il paese è governato da una coalizione formata dal Partito socialdemocratico (Psd) e dall’Alleanza dei liberali e democratici per l’Europa (Alde), sostenuta in parlamento dall’ala politica della minoranza ungherese (Udmr, Alleanza democratica degli ungheresi in Romania).

Negli ultimi due anni la coalizione Psd-Alde ha modificato diverse leggi che riguardano l’organizzazione del sistema giudiziario. Per fare un esempio, all’interno della procura generale è stato creato un dipartimento speciale per indagare sulla condotta dei magistrati. Le associazioni dei giudici lo considerano uno strumento intimidatorio di controllo politico.

Tra le varie iniziative, il dipartimento ha avviato un’inchiesta penale contro Laura Codruța Kövesi nello stesso giorno in cui il parlamento europeo valutava la sua candidatura per il ruolo di procuratrice generale europea. Le modifiche al sistema giudiziario sono state criticate duramente dalla commissione europea, dalla commissione di Venezia e dal Gruppo di stati contro la corruzione (Greco).

Scarso interesse europeo
L’attuale governo ha anche introdotto diverse misure economiche controverse, come una tassazione extra per le banche e le aziende di telecomunicazioni, nuove tasse per le imprese e i salari che superano i livelli di produttività della forza lavoro. Secondo gli analisti questi provvedimenti hanno causato un aumento dell’inflazione e potrebbero portare alla recessione.

L’attenzione su questi temi ha ridotto l’interesse per le questioni europee. L’opposizione, formata dal Partito nazional-liberale (Pnl) e da una coalizione tra due partiti (Usr, di Dan Barna, e Plus, dell’ex commissario europeo all’agricoltura Dacian Cioloș) – non ha saputo aprire un dibattito su nuove tematiche, concentrandosi invece sulle critiche all’attività del governo, a cominciare dagli attacchi contro il sistema giudiziario.

Durante i comizi del Psd, i temi principali riguardano la crescita economica e l’aumento di stipendi e pensioni. Di recente il leader del Psd Liviu Dragnea ha pronunciato un discorso in cui ha criticato le istituzioni europee per “aver intaccato la sovranità romena” e le multinazionali per “aver esportato i loro profitti”, chiedendo un maggiore controllo sulla frutta e la verdura importate da altri paesi dell’Unione, “meno buone e più costose delle nostre”.

Da diverso tempo il Psd ha sposato una retorica nazionalista e populista simile a quella di Viktor Orbán e di Matteo Salvini. Nel 2017 il governo romeno ha cercato di emanare un’ordinanza d’emergenza per depenalizzare alcuni reati di corruzione, scatenando le proteste dell’opinione pubblica e spingendo Dragnea a dichiarare che i manifestanti erano “pagati da George Soros”. Il Psd è stato recentemente sospeso dal Partito dei socialisti europei (Pes).

I governi romeni hanno usato solo una piccola parte dei finanziamenti europei disponibili, perché sono stati incapaci di presentare grandi progetti

Il Partito nazional-liberale (che secondo i sondaggi si attesta al 20-25 per cento, come il Psd) ha criticato i provvedimenti dei socialdemocratici ma sembra aver scelto una strategia difensiva, incapace di discutere pubblicamente delle problematiche europee. Di recente il Pnl è apparso più attivo e ha sostenuto le azioni del presidente della repubblica Klaus Iohannis, impegnato a difendere il sistema giudiziario dagli attacchi del Psd.

Al momento la coalizione Usr-Plus è l’unica forza politica interessata ai temi europei e in particolare a una problematica che in Romania è molto discussa fin dal 2007 (anno dell’adesione del paese all’Unione europea): i finanziamenti comunitari. Negli ultimi dodici anni i governi romeni hanno assorbito solo una piccola parte dei finanziamenti disponibili, perché sono stati incapaci di presentare grandi progetti. I risultati migliori, in questo senso, sono stati quelli del governo tecnico guidato da Dacian Cioloș che nel 2016 ha incassato sette miliardi di euro.

La coalizione Usr-Plus cerca di attirare l’attenzione sul problema dei finanziamenti europei e sul ruolo del futuro europarlamento, in cui verosimilmente ci sarà una nutrita rappresentanza di populisti e autonomisti. L’Usr sta collaborando con En Marche! e Alde per formare un gruppo pro-Europa all’interno del prossimo parlamento europeo.

Europeisti convinti, ma non troppo
In generale l’opinione pubblica romena sostiene l’adesione all’Unione europea. Secondo gli studi condotti da Eurostat negli ultimi dieci anni, la fiducia nella commissione europea e nel parlamento europeo in Romania è molto alta.

Di recente l’opinione pubblica si è spaccata a proposito dell’ingerenza del Psd nel sistema giudiziario. Diversi leader socialdemocratici (tra cui Liviu Dragnea, che si trova in carcere per abuso di ufficio e attualmente è indagato per altri reati) sono sottoposti a indagini per corruzione. Buona parte della popolazione crede che l’obiettivo dei provvedimenti presi dal Psd sia quello di coprire i misfatti del partito.
Altri, influenzati dalla propaganda di emittenti televisive schierate, credono che i leader del partito di governo siano “vittime politiche” del sistema giudiziario.

Di conseguenza lo spazio politico è caratterizzato da una guerra di propaganda che ostacola l’allargamento del dibattito ad altri temi. Inoltre, il nazionalismo e l’euroscetticismo proposti da alcuni leader politici hanno intaccato la fiducia dei romeni nell’Unione europea. Secondo uno studio di Eurostat nell’ottobre 2018 solo il 49 per cento dei romeni aveva un’opinione positiva dell’adesione del loro paese dall’Unione (nell’aprile 2018 era il 59 per cento).

Dunque, le elezioni del 26 maggio dovrebbero fornire un’idea più chiara del presente e del futuro della Romania: rimarrà uno stato di diritto capace di rispettare i valori europei o diventerà una democrazia illiberale? Tutto dipenderà dall’affluenza alle urne. Nel 2014 era stata del 32 per cento. Per le prossime elezioni si prevede che sarà leggermente superiore (35-38 per cento). Una scarsa affluenza favorirebbe il Psd, sempre più vicino alla democrazia illiberale.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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