06 dicembre 2016 15:14

Può sembrare assurdo sperare in un sussulto europeo mentre l’Europa subisce un nuovo shock con le dimissioni del capo di governo italiano Matteo Renzi, ma è proprio quello che manca oggi in un mondo che si va già ridefinendo con l’elezione di Donald Trump (ancora prima della sua investitura ufficiale).

Da quasi un mese tutti cercano di capire i segnali provenienti dalla Trump tower a New York, per cercare di indovinare la politica estera della prossima amministrazione americana. Per ora questa politica può essere sintetizzata in una parola: imprevedibile. In effetti le sue prime nomine ai posti strategici e i suoi primi passi in campo diplomatico lasciano prevedere il peggio. La sua assoluta ignoranza degli argomenti e degli interessi in gioco, accompagnata da una fiducia illimitata nelle proprie intuizioni e nei suoi umori (espressi attraverso un’arma di destabilizzazione di massa come Twitter), garantiscono un inizio molto agitato e preoccupante.

Anche se ha rilasciato dichiarazioni meno radicali rispetto alle proposte fatte in campagna elettorale, come l’abolizione dell’Obamacare o il divieto di visto per i musulmani che vogliono entrare negli Stati Uniti, Trump continua ad avere una posizione molto dura su alcuni punti sui quali potrebbe influire, e non necessariamente nella direzione migliore, in un mondo già abbastanza instabile e pericoloso.

Il nodo del nucleare iraniano
Questi punti sono soprattutto la questione del nucleare iraniano e del clima, ai quali bisogna aggiungere le relazioni con la Cina, l’altra grande potenza emergente, se dobbiamo dar credito alle prime iniziative prese da Trump con Taiwan e agli attacchi a Pechino sul suo conto Twitter.

Ossessionata dalle sue difficoltà interne – Brexit, posizione dei paesi dell’Europa centrale, crisi dei migranti, relazioni con la Turchia e adesso la crisi italiana – l’Europa farebbe bene a risvegliarsi prima di scoprire che il mondo è cambiato senza di essa e senza tener conto dei suoi interessi. Di fatto l’Europa dovrà decidere molto in fretta – Trump assumerà le sue funzioni il 20 gennaio – se può o se deve opporsi alla nuova amministrazione in caso di scelte politiche che dovessero andare contro i suoi interessi. L’Europa, per riprendere le parole di Barack Obama, deve tracciare le sue “linee rosse” che non devono essere superate dal suo principale alleato, gli Stati Uniti.

Non si tratta di una novità. La Francia e la Germania si sono già opposte nel 2003 all’avventura dell’amministrazione Bush in Iraq, mentre il Regno Unito di Tony Blair e i paesi dell’Europa centrale si erano tutti schierati con Washington.

Ma l’Europa è ancora capace di dire no? A 28 o a 27 dopo la probabile defezione di un Regno Unito già piuttosto defilato o anche in due o tre se necessario? Il primo test rischia di arrivare molto presto, troppo presto probabilmente rispetto al calendario politico europeo, ostaggio delle scadenze elettorali in alcuni paesi fondamentali – i Paesi Bassi nel marzo 2017, la Francia in maggio, la Germania in ottobre, senza contare poi la delicata situazione italiana – che pesano sulle grandi decisioni strategiche.

L’Iran è uno dei punti fondamentali. Durante la campagna elettorale Trump ha definito l’accordo sul nucleare concluso nel 2015 con Teheran “disastroso” e aveva promesso di “farlo a pezzi”. Le sue prime nomine hanno già messo nei posti chiave uomini noti per la loro ostilità nei confronti del regime iraniano: il generale Michael Flynn come consigliere nazionale alla sicurezza, il generale James Mattis, un ufficiale proveniente dai marines, come segretario alla difesa, e come responsabile della Cia quel Mike Pompeo che di recente ha ripreso su Twitter la stessa definizione di Trump – “disastroso” – a proposito dell’accordo iraniano sul nucleare.

Ancora prima del cambiamento di amministrazione a Washington, il congresso a maggioranza repubblicana aveva votato nuove sanzioni contro Teheran, che non saranno probabilmente firmate dal presidente Obama ma che potrebbero diventare operative già in gennaio con Trump presidente.

L’amministrazione Trump non otterrà dagli altri firmatari dell’accordo sul nucleare iraniano – la Francia, la Germania, il Regno Unito, la Russia e la Cina – la possibilità di poterlo rinegoziare visti gli anni di trattative che sono stati necessari e visto che è ormai garantito da una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Anche la Francia, che aveva ritardato la firma per rendere più severe alcune clausole, non ha alcuna intenzione di rinegoziare il trattato.

Anche se è consapevole della complessità della situazione iraniana, l’Europa ritiene che l’accordo sia il solo elemento positivo in un Medio Oriente in fermento

In compenso il nuovo esecutivo Trump potrebbe sabotarne l’applicazione con nuove sanzioni unilaterali o semplicemente con la minaccia di rappresaglie contro le imprese che dovessero fare affari con Teheran – la “sindrome Bnp”, conseguenza della multa record di 8,9 miliardi di dollari inflitta alla banca francese nel 2015 per le sue transazioni con l’Iran prima della firma dell’accordo, rischia di scoraggiare più di un’azienda.
Gli iraniani già si preoccupano e inviano messaggi agli europei, in particolare ai francesi e ai tedeschi (firmatari dell’accordo), per spingerli a opporsi alla svolta che si annuncia a Washington.

Bisogna salvare l’accordo con l’Iran? Tra i collaboratori di Trump e in Israele, che non ha mai amato questo accordo, si ritiene che il trattato non abbia moderato l’attivismo iraniano in Medio Oriente e che le sue guardie della rivoluzione siano più attive che mai in Iraq, Siria, Yemen e così via.

Totale allineamento europeo
Ma gli europei non vedono le cose allo stesso modo. Anche se sono consapevoli della complessità della situazione iraniana, l’Europa ritiene che questo accordo sia il solo elemento positivo in un Medio Oriente in pieno fermento, e che il suo fallimento rappresenterebbe una vittoria per le guardie della rivoluzione, l’ala radicale del regime di Teheran che non lo ha mai accettato. Il suo obiettivo è salvare questo accordo, anche senza gli Stati Uniti.

Gli europei avranno la volontà e la capacità politica di opporsi alla nuova amministrazione americana su un argomento che li riguarda sia come negoziatori – l’alta rappresentante dell’Unione per gli affari esteri, Federica Mogherini, ha partecipato alla negoziazione dell’accordo in nome dei 28 – sia come vicini di questa zona di tensioni e di conflitti? Difficile dare una risposta, poiché l’ultimo decennio è stato caratterizzato da un allineamento totale dei paesi europei sulle posizioni degli Stati Uniti, a cui si è adeguata anche la Francia dopo il suo ritorno nelle strutture militari integrate della Nato deciso da Nicolas Sarkozy nel 2008.

Qualche giorno fa un attento osservatore degli Stati Uniti ha detto che quando Trump parlava di “America first”, in realtà voleva dire “America only”, cioè una visione incentrata sugli Stati Uniti, poco sensibile agli interessi e alle posizioni dei loro alleati, e in particolare di questa “vecchia Europa” che ha tanti problemi. Di conseguenza il suo consiglio agli europei era quello di svegliarsi e di non sperare troppo nella benevolenza di Washington.

Purtroppo difficilmente gli europei, in un periodo di turbolenza come quello che attraversa l’Unione, saranno in grado di riunire i consensi necessari per una tale prova di orgoglio. Toccherà quindi ai principali stati membri mostrare che ne sono ancora capaci.

(Traduzione di Andrea De Ritis)