I manifestanti entrano nella sede del consiglio legislativo di Hong Kong, il 1 luglio 2019. (Anthony Kwan, Getty Images)

I giovani di Hong Kong allo scontro con il potere cinese

I manifestanti entrano nella sede del consiglio legislativo di Hong Kong, il 1 luglio 2019. (Anthony Kwan, Getty Images)
02 luglio 2019 11:24

La sfida nei confronti dell’autorità di Pechino non poteva essere più palese. Dopo aver fatto irruzione lunedì 1 luglio nella sede del consiglio legislativo di Hong Kong, i giovani manifestanti hanno alzato la bandiera dell’epoca coloniale britannica, un modo fin troppo chiaro di esprimere il rifiuto per l’autorità cinese, sinonimo per loro di soppressione della libertà.

Esattamente 22 anni fa, tra esternazioni di gioia e orgoglio, quella bandiera veniva ammainata, piegata e consegnata al principe Carlo, mentre la Cina riprendeva possesso del territorio perduto 150 anni prima. Gli abitanti di Hong Kong erano stati rassicurati dalla promessa di un’autonomia garantita per cinquant’anni in virtù del principio “un paese, due sistemi”.

Lunedì una parte delle ragazze e dei ragazzi di Hong Kong, una generazione che non ha conosciuto altro che la Cina, si è ribellata in modo spettacolare e radicale contro un potere locale in linea di principio autonomo ma nei fatti sottomesso a Pechino.

Un simbolo
Con l’elmetto da cantiere in testa e una maschera antigas o di protezione contro i lacrimogeni, i giovani hanno sfondato le porte vetrate del parlamento locale per poi invaderlo, ricoprirlo di graffiti e danneggiarlo. La polizia è intervenuta in massa nella notte per sfollarli.

Per i giovani il parlamento locale preso d’assalto in serata non è un simbolo di democrazia, ma al contrario l’espressione dei suoi limiti. Non solo i deputati eletti a suffragio universale sono in minoranza – cosa che priva i democratici di una vittoria assicurata – ma soprattutto alle ultime elezioni i giovani parlamentari che si rifiutavano di giurare fedeltà alla Cina sono stati esclusi dall’assemblea.

Gli eventi di lunedì rappresentano un’ulteriore tappa del movimento contro un progetto di legge che permetterebbe le estradizioni verso la Cina continentale. Gli abitanti di Hong Kong sono convinti che la legge sia un attacco alla loro autonomia. Quasi due milioni di persone hanno manifestato contro questa minaccia.

Il governo regionale ha fatto un passo indietro sospendendo l’iter legislativo, ma questo non è bastato a interrompere le proteste. Gli abitanti di Hong Kong chiedono il ritiro definitivo del testo e le dimissioni di Carrie Lam, capo dell’esecutivo.

I giovani radicali che lunedì sono passati all’azione sono chiamati “localisti”, ovvero legati all’identità di Hong Kong e non a quella cinese che Pechino cerca di inculcare sul territorio ormai da 22 anni. Il movimento attuale è nato dal fallimento della “rivoluzione degli ombrelli”, la grande protesta per la democrazia del 2014, ed è stato alimentato anche dal suicidio di tre attivisti che hanno lasciato espliciti messaggi politici.

Come reagirà Pechino? Alcuni si domandano se il potere non approfitterà delle violenze per aizzare l’opinione pubblica di Hong Kong contro i giovani manifestanti. Sul fronte democratico c’è chi ha criticato le violenze parlando di una trappola contro il movimento.

In ogni caso la sfrontatezza dei giovani è stata talmente palese che Pechino dovrà comunque rispondere. Come farà la Cina a riprendere il controllo di un territorio diventato ribelle senza intaccarne eccessivamente l’autonomia di facciata?

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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