01 giugno 2020 10:09

Parte della rivalità tra Stati Uniti e Cina si gioca in una battaglia d’immagine. Da questo punto di vista Pechino non poteva sperare in un regalo migliore: gli Stati Uniti, dopo aver indicato la Cina come colpevole di tutti i mali, sono finiti sulle prime pagine dei giornali del mondo a causa di una serie di violente rivolte urbane.

Come prevedibile, la propaganda cinese ne ha approfittato e sta trasmettendo a ciclo continuo le immagini sconvolgenti che arrivano da Minneapolis, con la rabbia dei manifestanti contro la polizia e i negozi saccheggiati.

La strategia sembra funzionare. Il 29 maggio Donald Trump si era svegliato twittando una sola parola che rivelava la sua ossessione – “CHINA!” – per annunciare, qualche ora dopo, l’uscita degli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità (motivata con l’influenza cinese sull’istituzione) e una serie di rappresaglie contro la legge cinese sulla sicurezza nazionale a Hong Kong.

Le difficoltà hanno portato Trump a spingere sull’acceleratore dell’ostilità nei confronti di Pechino

Al centro del conflitto sinoamericano che ormai da tre mesi accompagna la pandemia di covid-19 c’è una questione di legittimità. La Cina sta cercando di riscrivere la storia del virus sottolineando i propri successi e attribuendone i meriti al Partito comunista. Donald Trump, dal canto suo, ribadisce le responsabilità cinesi nel tentativo di scaricare la colpa della sua gestione caotica dell’emergenza sulle spalle di Pechino.

Sul fronte interno cinese le immagini della rabbia del popolo americano, delle rivolte urbane e dell’invio di forze paramilitari hanno neutralizzato gli attacchi rivolti a Pechino dal presidente americano, in particolare l’accusa di brutalità nei confronti dei manifestanti di Hong Kong. È un parallelismo forzato, ma senza dubbio efficace.

Il regalo involontario degli Stati Uniti, in ogni caso, non ha smorzato la rivalità tra i due paesi. Al contrario, le difficoltà hanno portato Trump a spingere sull’acceleratore dell’ostilità nei confronti di Pechino.

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Lo scorso fine settimana il presidente americano ha rinunciato a convocare un vertice del G7 dopo che Angela Merkel si è rifiutata di partecipare, ma ha comunque proposto di organizzare un’altra riunione in un secondo momento invitando anche Corea del Sud, India e Australia. In questo modo Trump vorrebbe creare (e guidare) un’alleanza dei democratici contro la Cina.

In realtà è improbabile che i paesi coinvolti abbiano davvero voglia di lanciarsi nella crociata contro Pechino scatenata da Trump in vista delle elezioni presidenziali. D’altronde parliamo di un presidente che per tre anni ha deliberatamente ignorato e a volte contrastato i suoi stessi alleati.

Come se non bastasse, Trump ha addirittura suggerito di invitare anche Vladimir Putin, alleato della Cina che non ha nessun interesse a ribaltare le proprie alleanze, e tutto questo solo per ottenere un posticino nel club che lo ha escluso.

Il virus e le rivolte sanciscono la perdita di credibilità di Trump sulla scena internazionale. Quanto meno il presidente ha potuto vivere un momento di gloria il 30 maggio, con il lancio del razzo SpaceX. Il caso ha voluto che la capsula portasse il nome dell’animale simbolo della Cina, il dragone. Per una volta il dragone ha fatto felice Donald Trump.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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