28 settembre 2020 09:47

Si potrebbe parlare di teatralizzazione della crisi, se solo in ballo non ci fosse il destino di un paese intero. La sera del 27 settembre, al palazzo dell’Eliseo, il presidente francese Emmanuel Macron ha scrupolosamente messo in scena la sua collera dopo il fallimento del suo piano d’azione per fare uscire il Libano dalla crisi. Rispondendo alle domande dei giornalisti da Beirut e dei cittadini libanesi su Facebook, con l’espressione contrita, Macron ha parlato del “tradimento collettivo” da parte della classe politica libanese.

È stata una scena drammatica per mantenere artificialmente in vita l’iniziativa che molti libanesi considerano ormai morta e sepolta, e che parecchie persone ritenevano condannata in partenza.

Osservando il presidente francese è difficile non interrogarsi sulla legittimità del suo tono, della sua collera, delle sue accuse e perfino del suo giudizio su cosa deve o non deve fare un paese sovrano. Difficile, soprattutto, immaginare il capo di stato francese comportarsi nello stesso modo con un altro paese senza farsi mettere alle corde.

Le contraddizioni del piano francese
Ma questi dubbi sono subito dissipati dalla disperazione di molti libanesi, incoraggiati dal sostegno della Francia e dall’appoggio finanziario che il Libano spera di ottenere dalla comunità internazionale ma che non può essere sbloccato senza condizioni.

Il piano, però, non funziona, e per disinnescare qualsiasi polemica in Francia Macron ha tenuto a fare una precisazione: “Non si tratta di un mio fallimento, ma del fallimento della classe politica libanese”. L’accaduto non è banale: i leader dei partiti confessionali libanesi non sono stati capaci di mantenere le promesse fatte di persona davanti a Macron in occasione delle due visite del presidente a Beirut dopo l’esplosione del 4 agosto.

Macron chiede ai partiti confessionali di firmare il proprio certificato di morte permettendo la nascita di un governo di esperti

Davvero possiamo sorprenderci? Come avevamo sottolineato in questa rubrica, esiste una contraddizione di fondo nel piano del presidente, e cioè Macron chiede ai partiti confessionali di firmare il proprio certificato di morte permettendo la nascita di un governo di esperti, con tutto ciò che ne consegue: controllo delle finanze pubbliche, fine dell’economia di rendita e scomparsa dei feudi dei clan che controllano interi settori dell’economia.

Se alcuni partiti non hanno i mezzi per favorire il cambiamento, è innegabile che Hezbollah, formazione sciita vicina all’Iran, non abbia proprio l’intenzione di farlo. L’organizzazione ha voluto conservare fino alla fine il diritto a nominare il ministro delle finanze, cercando di perpetuare il sistema.

Questo era il fulcro della scommessa di Macron: parlare alla frangia politica di Hezbollah, eletta al parlamento libanese, come se al contempo non esistesse anche un Hezbollah armato dall’Iran e accusato di terrorismo. Non è bastato. Alla Francia, singolarmente, mancano gli argomenti necessari per spingere Hezbollah a collaborare, soprattutto in un contesto regionale particolarmente teso.

pubblicità

Ma allora perché, davanti a una simile constatazione, bisognerebbe dare un’ulteriore occasione alla classe politica? Qualcuno vi legge l’orgoglio di un presidente che non accetta il fallimento. Oppure potremmo dare credito alla tesi di Macron secondo cui l’alternativa sarebbe la politica del peggio, con il rischio di una nuova guerra civile. Molte voci, a Beirut, si esprimono in questo senso.

La deriva volontaristica di Macron ha qualcosa di donchisciottesco, ma è sempre meglio essere accusati di ingerenza che di indifferenza. Soprattutto quando in gioco c’è la sopravvivenza di un paese.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Leggi anche: