(Francesco Carta, Getty Images)

Viaggiando si rallenta il tempo

(Francesco Carta, Getty Images)
11 gennaio 2020 10:21

Questo è l’ultimo articolo di una serie in cui vi ho raccontato il viaggio intorno al mondo che ho fatto con mio figlio. Abbiamo toccato quattro continenti e decine di luoghi. È stata un’esperienza entusiasmante e complessa.

Un primo aspetto interessante mi sembra questo: se si viaggia insieme, e se ciascuno dà il suo contributo di viaggiatore e non se ne va in giro né come se fosse un ulteriore bagaglio né come se fosse il capocomitiva, si è prima di tutto compagni di viaggio.

È un fatto che ridefinisce e rende fluide le posizioni reciproche perfino all’interno della più forte tra le relazioni di ruolo, quella tra madre e figlio (o, per dirla con Watzlawick, è un fatto che trasforma in tendenzialmente simmetrica anche la più classica delle relazioni complementari). Le implicazioni e le sfumature affettive sono molteplici. Provare per credere.

Tre volte
C’è un secondo aspetto che riguarda il viaggiare in sé.

In realtà, ogni volta che si viaggia, si viaggia tre volte. C’è un viaggio che comincia già nel momento in cui si progetta un percorso e se ne decide la logica. È fatto di informazioni lacunose estratte da fonti eterogenee, e di una quantità di toponimi astrusi e ancora prevalentemente vuoti di senso. E poi di mappe esplorate, di itinerari tracciati e ritracciati, di scelte ragionate che si alternano a decisioni istintive.

Tutto questo si traduce in attese e anticipazioni, in fantasie sui luoghi, in preoccupazioni che si riveleranno in seguito immotivate (qualche elemento fondamentale sarà invece, a torto ma fatalmente, trascurato o sottovalutato).

Di fatto, lo spirito del viaggio sta anche nella sua sostanziale imprevedibilità.

Al di là degli indispensabili adempimenti burocratici (i visti, le prenotazioni, i conti. Insomma: tutti i pedaggi da pagare per guadagnarsi il diritto di partire) il viaggio prima del viaggio è, in sostanza, fatto di sogni a occhi aperti, straordinariamente vividi. È il Sabato del villaggio, la notte prima di Natale. Insomma: l’essenza della vigilia, con tutto il suo carico di emozione, trepidazione e desiderio.

C’è un secondo viaggio. È quello che si sviluppa materialmente non solo muovendosi nello spazio, ma anche in un tempo che (ne riparlo tra qualche riga) scorre diversamente.

È una sequenza di avventura, scoperte, meraviglia, profonda stanchezza ed energia pura. È fatto di incontri, imprevisti, contrattempi e colpi di fortuna, sole e pioggia, sapori e odori, paesaggi. In una parola: è il corpo senziente che si espone e si rende percettivo e permeabile.

La mente segue, sempre con un pizzico in ritardo e con un vago senso di stordimento.

Infine c’è un terzo viaggio, che comincia proprio quando tutto sembra concludersi con un ritorno. Lo dice, credo, benissimo una citazione di Aldous Huxley che gira molto nella parte anglosassone della rete: “Experience is not what happens to you, it’s what you do with what happens to you”. Cioè: “Esperienza non è quel che ti capita, ma quello che tu fai con quel che ti capita”.

Quando un viaggio termina, è il momento di mettere ordine nel ricordo di quanto si è visto e sperimentato, confrontandolo con le attese e consolidandolo in una narrazione che può fissarsi nella memoria in forma di nuova conoscenza. Di esperienza, appunto.

Questo terzo viaggio è ciò che ho condiviso con voi, finora e nelle righe che seguono. Vi ringrazio per aver deciso di accompagnarmi.

Percezione soggettiva e fluttuante
Aggiungo solo che scrivere di viaggi, provando a restituire un po’ di sensazioni e di spirito dei luoghi in modo comprensibile e nitido, e magari integrando qualche notizia o dato utile a farsi un’idea più precisa dei contesti, è difficilissimo: giuro che ce l’ho messa tutta.

E poi c’è l’alterata percezione del tempo.

Si pensa che il viaggiare abbia a che fare con lo spazio e le distanze. In realtà, ha molto a che fare anche con il tempo. Per la precisione: con un tempo dilatato.

La percezione del passare del tempo è un costrutto del nostro cervello: è soggettiva, ed è fluttuante. È connessa con la quantità di stimoli che colpiscono i nostri sensi e che elaboriamo, e con quelli che memorizziamo.

Quando gli stimoli a cui siamo esposti sono molti di più della norma e sono poco familiari, o quando – nel tormento o nell’estasi – sono molto più intensi della norma, o quando consapevolmente espandiamo la nostra attenzione a tutti gli stimoli che ci circondano (questo accade con alcuni tipi di meditazione, per esempio con la mindfulness), allora ci sembra che il tempo rallenti.

Paradossalmente, può sembrare che il tempo rallenti fino quasi a fermarsi anche quando gli stimoli sono molto inferiori alla norma e ci annoiamo: per esempio, quando siamo chiusi in una sala d’attesa. Questo, dicono i ricercatori, dipende dal fatto che la noia si unisce all’insoddisfazione e all’irrequietezza. Una situazione in cui, anche in assenza di accadimenti esterni, il cervello risulta altamente stimolato.

In sostanza, sembra che viaggiare, attività che procura molti stimoli nuovi e intensi, sia un modo eccellente, e molto più piacevole di quasi tutti gli altri, per rallentare il tempo. Be’, questo è esattamente quanto ci è capitato: mio figlio e io siamo stati via poco meno di due mesi ma, nella nostra percezione, questo viaggio intorno al mondo è durato molto più a lungo.

Infine, ci sono alcune suggestioni che derivano non tanto dall’aver visitato ciascun singolo luogo (di quelle vi ho già dato conto), ma dall’aver potuto mettere a confronto ravvicinato molti luoghi diversi tra loro.

Quella che mi sembra più rilevante ha anch’essa a che fare con il tempo. Ma questa volta si tratta di tempo storico, non di tempo percepito.

In quasi tutti i paesi che abbiamo visitato (Russia, Cina e Hong Kong, Australia, Cile) mi è sembrato di vedere i segni di tensioni irrisolte tra passato prossimo, passato remoto e tempo presente.

Per esempio: in Russia e in Cina oggi si ripropongono tradizioni e testimonianze del passato imperiale, lasciando in ombra parti di passato prossimo che appaiono scomode da gestire, o incongruenti con l’immagine e l’identità del paese che il governo vuole trasmettere.

Tutto ciò può sfiorare l’artificio e apparire stucchevole ma serve, eccome, a legittimare le ambizioni governative e a dar loro più solide base emotive e affettive.

Tra l’altro: un elemento importante di questa complessa manovra è il ritorno della religiosità (non necessariamente della religione) intesa come strumento pedagogico e come leva per governare il consenso.

In Australia, invece, questa tensione temporale si configura come cancellazione pressoché totale di ciò che il continente era prima della colonizzazione bianca, e come rimozione della sua anima aborigena.

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Ma un paese che cancella in modo così drastico il passato remoto e alimenta il proprio spirito neocolonialista raccontando a se stesso di essere nato l’altro ieri, e ben sapendo che non è vero, stenta a dotarsi della consapevolezza necessaria per costruire una visione di futuro un po’ più articolata del mito fragilissimo del lucky country, il paese baciato dalla fortuna.

Ho la sensazione che anche la catastrofe ecologica che l’Australia sta oggi subendo in seguito agli incendi che ne devastano le coste faccia parte di questa sindrome.

Hong Kong rifiuta con forza, rabbia e disperazione il suo passato remoto e il suo presente cinesi, e resta orgogliosamente e disperatamente aggrappata al recente passato coloniale che ne ha forgiato l’identità e costruito il successo. In questa diversa percezione del passato e del presente, e di ciò che rispetto a quel passato e a quel presente è vero e autentico, sta molto probabilmente un’ulteriore difficoltà di rapporto con la Cina.

Il Cile ha un problema se possibile ancor più complesso, con un recente passato di dittatura le cui tracce restano ampiamente visibili. E i cui innesti nella contemporaneità permangono con il permanere delle devastanti politiche economiche dei Chigago boys tanto amati da Pinochet.

L’unico tra i paesi che abbiamo visitato che sembra intento a gestire onestamente e in modo abbastanza efficace, articolato e sereno il proprio passato, integrandolo in un progetto di futuro e affrontando tutte le frizioni e le contraddizioni che questo implica, sembrerebbe essere la Nuova Zelanda.

Beati loro.

La strana specie
Ancora a proposito di viaggiare, e di futuro, ecco un’altra questione: per quanto tempo ancora sarà possibile andarsene in giro per il mondo scoprendo cose nuove e autentiche, e per quanto ancora sarà considerato legittimo?

Nel 2018, overtourism è stata segnalata dall’Oxford English Dictionary come una delle parole dell’anno. Basta guardare i dati del World travel & tourism council per rendersi conto dell’entità del fenomeno: il settore viaggi e turismo nel 2019 costituisce, direttamente o indirettamente, il 10,4 per cento del pil mondiale, genera il 10 per cento dei posti di lavoro, si configura come uno dei settori più importanti dell’economia globale. Il 78,5 per cento del valore complessivo è sviluppato dai viaggi di piacere.

C’è anche da chiedersi se e quando si evolverà l’homo turisticus

La consistente crescita del settore – 3,9 per cento nell’ultimo anno – è stata sostenuta da molti fattori. Per esempio, dall’ampliamento di una classe media che può permettersi di viaggiare e ama farlo, e dal moltiplicarsi delle opportunità di volare a basso costo e di trovare alloggio a costo ugualmente basso grazie agli affitti a breve termine.
Ma contano anche, credo, fatti in apparenza più marginali: la possibilità di farsi guidare letteralmente passo dopo passo dalle mappe sul cellulare, raggiungendo gradi di autonomia impensabili fino a poco più di un decennio fa. O la condivisione di seducenti immagini di località turistiche su Instagram.

Nel 2000, i turisti cinesi all’estero sono stati dieci milioni e mezzo. Nel 2018 sono diventati 149,7 milioni, con un’impressionante impennata del 1.326 per cento.

Certo, noi abbiamo trovato turisti cinesi nei posti più impervi e improbabili, ma ovviamente la questione dell’overtourism non riguarda solo i turisti cinesi: i turisti internazionali nel 2019 sono stati poco meno di un miliardo e mezzo, e ci si aspetta che nel 2029 diventeranno circa 2,2 miliardi.

E non si tratta nemmeno solo di turisti internazionali: in realtà è il turismo nazionale a contare per il 71,2 per cento del valore del comparto, e ad accrescere la pressione sul territorio a livelli insostenibili.

Nel corso di questo viaggio ci siamo imbattuti in una destinazione cinese snaturata dal turismo nazionale, e in alcune altre che ci sono sembrate a rischio in un futuro nemmeno troppo lontano. Ma la situazione è la stessa in molte parti del mondo, da Venezia a Santorini, da Bali a Barcellona.

Peraltro, i turisti che si aggiravano per la destinazione snaturata sembravano del tutto privi di dubbi, e felicissimi di essere lì.

C’è anche da chiedersi se e quando si evolverà l’homo turisticus, la strana specie che si aggira in posti esotici scattandosi selfie, comprando souvenir, comportandosi in modo chiassoso e a volte sgangherato.

Mi convinco sempre di più che solo camminando in un luogo si possa stabilire qualche forma di contatto e, chissà, di comprensione

È la logica del viaggio inteso come intrattenimento, distrazione e passatempo, per molti versi opposta a quella del viaggio inteso come scoperta ed esperienza. E infatti ho la netta sensazione che, mentre nel secondo caso il tempo percepito si dilati, nel primo caso si contragga.

La globalizzazione del gusto, che omogeneizza i luoghi e trova il suo punto di maggiore visibilità nella presenza pervasiva delle grandi marche potrebbe essere un deterrente all’overtourism?

In teoria, sì. In pratica, temo, no.

Mi spiego meglio: le vetrine scintillanti delle grandi marche internazionali della moda e del lusso sono ormai ubique. Gli abiti, gli accessori e gli stili proposti sono gli stessi dappertutto.

Sono uguali le immagini pubblicitarie: la stessa identica ragazza con la medesima smorfia sussiegosa, lo stesso giovanotto bello e torvo ti guardano dai manifesti mentre attraversi una strada a Mosca o mentre entri in uno shopping mall a Shanghai o a Los Angeles, o se passeggi in centro a Madrid o a Milano (l’unico motivo per cui questo non succede se si cambia emisfero è che la stagione è differente. Ci sarà un’altra ragazza, con un’altra smorfia sussiegosa).

Il fatto appare molto evidente se ci si trova a viaggiare in tempi ravvicinati in città e paesi diversi, ed è da una parte – letteralmente – spaesante, dall’altra piuttosto fastidioso.

Arrivi in una città sconosciuta, di cui non sai nulla, e vuoi scoprire dov’è il quartiere centrale ed elegante? Guarda dove sono i negozi di Gucci e di Chanel, e lo trovi a colpo sicuro.

Mode uguali, posti uguali
L’occidente impone il suo stile di abbigliamento inglobando suggestioni provenienti dalle periferie del mondo, rielaborandole, ridisegnandone il senso e rivendendole a caro prezzo. Omogeneizza i codici e i luoghi. Allinea i desideri. E dà forma a un’estetica globale: da un capo all’altro del pianeta, appaiono “belle” le stesse ciabatte ricamate, la stessa borsetta con la borchia, lo stesso cappottino smilzo di un tetro color melanzana.

Secondo McKinsey, il mercato mondiale della moda è dominato da venti grandi aziende, molte delle quali governano più marche commerciali. Se guardiamo la classifica di Interbrand delle grandi marche globali nel 2019, vediamo che subito dopo i giganti della tecnologia e qualche storica multinazionale del cibo o dell’automobile ci sono loro, le maggiori marche della moda: Nike e Vuitton, Chanel ed Hermès, Zara, H&M, Gucci. E poi Adidas, Cartier, Dior, Tiffany, Burberry, Prada.

Stanno cambiando il centro delle città, e il modo in cui la gente se ne va per strada. Perfino le posture stanno diventando tutte uguali.

Detto per inciso: è una responsabilità gigantesca, quella di determinare gli andamenti del gusto, gli orientamenti dell’immaginario globale, gli elementi per la rappresentazione di sé – di ciascun sé – nel mondo.

Una responsabilità palese, e paragonabile a quella che i giganti della tecnologia hanno nei confronti della diffusione globale dell’informazione.

Eppure, mi sembra che ai grandi marchi della moda si stia chiedendo, in termini di consapevole assunzione di responsabilità, poco o niente.

Tuttavia l’homo turisticus, per il quale lo shopping è parte dell’intrattenimento, sembra ben felice di comprarsi, dovunque vada, le stesse cose. Magari, che soddisfazione, risparmiando un po’ sul prezzo.

Persone che si vestono e si comportano in modi uguali vanno in posti uguali. Abbiamo pranzato in un self service grazioso e modaiolo di San Pietroburgo che, a parte le scritte in cirillico e il pentolone del borsch, sarebbe potuto essere ad Auckland, o a San Francisco. Abbiamo fatto colazione in una caffetteria di Adelaide che, a parte la perfida qualità del cappuccino, poteva tranquillamente trovarsi nel quartiere Isola, a Milano.

Infine. Abbiamo camminato nelle metropoli e in mezzo alle foreste, nei deserti o sulle pendici dei vulcani. Mi convinco sempre di più che solo camminando in un luogo, e facendolo abbastanza a lungo, si possa stabilire qualche forma di contatto e, chissà, di comprensione. La vista non basta. Bisogna misurare lo spazio, respirandoci dentro passo dopo passo.

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Al termine di questo viaggio in cui abbiamo toccato molti luoghi straordinari, alcuni bellissimi, altri molto interessanti, altri ancora sorprendenti, la maggior parte in rapido mutamento e – temo – altrettanto rapida omologazione, tutti i ricordi, che ora se ne stanno bene ordinati nella loro narrazione, si velano già di nostalgia.

Mi domando se tra dieci anni, o tra venti, avrà ancora senso e sarà ancora possibile proporsi di viaggiare con un intento di scoperta, e rallentando il tempo. Se sì, come e dove.

Eppure non riesco a immaginare di smettere di viaggiare: starsene fermi quando si ha un intero mondo intorno a sé continua a sembrarmi del tutto innaturale.

Le tappe del viaggio:

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