Tempesta in giugno di Irène Némirovsky è una novità solo in parte, perché si tratta di una diversa stesura di Suite francese, il capolavoro della scrittrice francese di origine russa (di una famiglia benestante delle tante emigrate a Parigi dopo la rivoluzione), anch’esso pubblicato da Adelphi. Chi ha letto la Suite, torna più che volentieri ai personaggi e alla storia che narrava, corale e familiare insieme, e anche se non ci si ricorda tutto alla perfezione, si può godere di questa variante come se, mettiamo, si scoprisse e pubblicasse oggi una diversa versione di Guerra e pace. Il riferimento a Tolstoj non è casuale, perché Némirovsky pensava ai grandi modelli del romanzo dell’ottocento, e voleva “fare storia” narrando avventure e disgrazie che erano appartenute anche a lei, al suo ambiente, che aveva visto e vissuto.

La “tempesta” che si abbatte sulla Francia è quella dell’invasione tedesca, dell’arrivo dei tedeschi a Parigi il 14 giugno del 1940. Un caos, perché la Francia era amministrata da una borghesia che aveva affossato il Fronte popolare con il massimo concorso dell’oscena politica filo­sovietica dei comunisti, quando Stalin tentò di dividersi l’Europa (e oltre) con Hitler, e propose alla Francia il patto Stalin-Laval. Per molti anni, fu possibile vedere in molti film e in molti documentari le immagini sconvolgenti del grande esodo da Parigi, su ogni mezzo di trasporto possibile e anche a piedi, di migliaia e migliaia di persone in disperata fuga dalla guerra. Lei, Irène Némirovsky, assistette a quella tragedia, ne fu parte e la raccontò nel suo affannoso e magistrale capolavoro, prima che, nel 1942, non fosse arrestata e deportata ad Auschwitz, dove morì.

Se Suite francese è un classico del novecento, Tempesta in giugno è insieme simile e diverso, come nel cinema può esserlo una scena inquadrata da un altro punto di vista

Sono vecchio, e posso vantarmi di aver scoperto Némirovsky molto presto, grazie alle mie manie di schedatore cinematografico. Ben due film vennero tratti dal suo primo successo, David Golder. Il primo fu diretto da Julien Duvivier nel 1931, solo due anni dopo la pubblicazione del libro, con il titolo italiano La beffa della vita e con il grandissimo Harry Baur protagonista, però non l’ho mai visto. Il secondo da un regista e attore hollywoodiano di origine russa (che girò a Roma, con Orson Welles protagonista, un Cagliostro nel palazzo del Quirinale dove non c’era più un re e non era ancora arrivato il primo presidente della repubblica). Si chiamava Gregory Ratoff, ebbe i suoi guai con la “caccia alle streghe” e nel 1950 girò a Londra Mia figlia Joy, titolo italiano, con David Golder interpretato da un altro grandissimo attore, Edward G. Robinson. La storia era quella di un ebreo che diventa ricchissimo per amore della figlia, che però gli si ribella. Lo vidi nel cinema del mio paese e pochi anni dopo, a Roma, scoprii su una bancarella un’edizione italiana del romanzo da cui era tratto, appunto David Golder, tradotto da Carabba nel 1932. Da allora, in Francia, andai cercando dai bouquinistes dei lungosenna altri libri di Némirovsky e ne trovai diversi, ma lessi la Suite solo grazie ad Adelphi, e grazie a Pietro Citati che lo aveva proposto scrivendo giustamente che si trattava di un grande romanzo “classico”, in qualche modo tradizionale, ma anche per questo destinato a un grande successo. Dobbiamo a lui anche la riscoperta per Adelphi e il successo di un’altra grande scrittrice, Anna Maria Ortese.

Insomma, Suite francese è più grande di Tempesta in giugno, ma è proprio per il ricordo del primo che si gode del ritrovare situazioni e personaggi in parte diversi e in parte simili. Preti e banchieri, giovani irrequieti con l’ambizione di scrivere, e donne acquiescenti e altre invece inquiete, anche molto, in situazioni difficili e a volte estreme, nel caos dello sbandamento collettivo di tutta una città e di tutta una parte della nazione. Se Suite francese è stato un romanzo indimenticabile, diventato rapidamente un classico della letteratura del novecento, Tempesta in giugno è insieme simile e diverso, come nel cinema può esserlo una scena inquadrata da un altro punto di vista. E la grande storia di una famiglia e dei suoi componenti, è dentro, fortissimamente dentro, una storia collettiva, che è proprio la grande storia. Chi ha amato la Suite non potrà non amare anche questa Tempesta, la stessa ma insieme diversa.

E per chi non ha tempo per i grandi romanzi, Adelphi ha a disposizione più agili volumi con racconti non meno forti, belli e crudeli dei romanzi di questa grande narratrice del novecento, e sua vittima. ◆

Goffredo fofi
è un giornalista e critico teatrale, cinematografico e letterario. È stato animatore di riviste storiche come Quaderni piacentini, Ombre rosse, Linea d’ombra, La Terra vista dalla Luna, Lo straniero, e direttore della rivista Gli asini.

Il libroTempesta in giugno Di Irène Némirovsky. Traduzione di Laura Frausin Guarino e Teresa Lussone. Adelphi 2022, 339 pagine, 20 euro

Questo articolo è uscito sul numero 1464 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati