Da quando la repressione della polizia e la pandemia di covid-19 hanno reso quasi impossibile manifestare a Hong Kong, il governo locale ne ha approfittato per portare avanti arresti e incriminazioni. È successo perfino mentre erano in vigore le misure di distanziamento sociale e il blocco dei servizi non essenziali. Così, mentre la popolazione non poteva andare in ufficio e gli studenti facevano lezione davanti a uno schermo, decine di persone sono state fermate per aver preso parte a manifestazioni non autorizzate. Fuggire era impossibile, visto che da settimane andare via da Hong Kong è molto difficile, tra voli cancellati e quarantene obbligatorie. Nell’elenco degli arrestati spiccano alcuni nomi: Martin Lee, 81 anni, uno dei fondatori del Partito democratico e coautore della costituzione di Hong Kong, quella che regola i rapporti con la Cina in base al principio noto come “un paese, due sistemi”; Margaret Ng, 72 anni, una delle avvocate che più si sono spese per la difesa del sistema giudiziario del territorio, e Jimmy Lai, 74 anni, fondatore del quotidiano Apple Daily, il più vicino ai movimenti per la democrazia. Gli arresti sembrano annunciare un nuovo inasprimento della repressione, come se la vendetta del governo dovesse abbattersi contro tutto il movimento per la democrazia, perfino quello delle origini, quando ancora Hong Kong era governata dal Regno Unito.

Mentre il governo locale continuava ad arrestare persone, Pechino ha ribadito ancora una volta che ha il diritto di controllare Hong Kong, smentendo perfino gli accordi presi alla fine degli anni novanta durante le trattative con il Regno Unito per il ritorno della regione sotto la sovranità cinese. In città si diceva che probabilmente nei prossimi mesi si sarebbe cominciato a discutere dell’articolo 23 della costituzione, quello che impone a Hong Kong di dotarsi di leggi specifiche contro la sovversione, la secessione e il tradimento, finora le prescrizioni dell’articolo non sono mai state attuate, anche perché quei reati sono già puniti dalle leggi esistenti. Ma Pechino vuole che le leggi siano in linea con quelle cinesi, nonostante l’autonomia di Hong Kong.

La Cina non vuole più aspettare i tentennamenti del governo di Hong Kong e ha scelto d’imporre la nuova legge sulla sicurezza nazionale all’ex colonia britannica, inserendola negli allegati alla costituzione

Mentre su internet le discussioni su come affrontare la possibile applicazione dell’articolo 23 si moltiplicavano, Pechino ha lanciato un macigno sulle aspirazioni democratiche del territorio: un progetto di legge sulla sicurezza nazionale. Il governo cinese non vuole più aspettare i tentennamenti di quello locale e ha scelto d’imporre la nuova legge all’ex colonia britannica, inserendola negli allegati alla costituzione.

Questo sovverte ogni regola, perché negli allegati si possono inserire solo le leggi nazionali che non sono di competenza del parlamento di Hong Kong, e la costituzione prevede che il governo locale vari da solo le leggi sulla sicurezza, senza l’ingerenza cinese. Ma Pechino è stanca di vedere Hong Kong in subbuglio, con i manifestanti che chiedono insistentemente il rispetto delle promesse fatte (tra cui l’introduzione di un vero suffragio universale), e vuole mettere la città a tacere, stabilendo anche che la polizia e i servizi segreti della Cina continentale possano operare anche sul territorio di Hong Kong.

A giudicare da quello che è successo il 24 maggio, però, sembra che l’opposizione non abbia alcuna intenzione di fermarsi. Anche se era vietato, migliaia di giovani sono scesi di nuovo in piazza, disposti a essere feriti, arrestati e colpiti dai gas lacrimogeni e dallo spray urticante delle forze dell’ordine. La rabbia dei manifestanti è esplosa e ci sono stati episodi di violenza. La brutalità della polizia ormai è una costante. È come se le due parti avessero fatto proprio il concetto di naamchau, che in cantonese significa terra bruciata. In parte ispirato al film _Hunger games _(e alla frase “Se andiamo a fuoco, brucerai con noi” pronunciata dai protagonisti), è un concetto che considera l’autodistruzione l’ultima arma contro un nemico più potente.

Ma il Partito comunista cinese non sembra scosso di fronte a questa volontà di sacrificio e continua a negare ogni possibilità di dialogo e di riconciliazione. Allo stesso tempo mostra di non temere affatto la fuga di capitali o il crollo del mercato azionario. Perché dovrebbe? La Cina ha già fatto terra bruciata attorno a sé diverse volte nel corso della sua storia. E oggi ha deciso di sfidare Hong Kong, ad armi del tutto impari. ◆

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1360 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati