19 maggio 2022 10:19

La Corea del Nord è stata definita spesso “paese eremita”, riprendendo un’espressione che si applicava all’epoca monarchica. Di sicuro questa definizione è calzante dall’inizio della pandemia di covid-19, più di due anni fa, ovvero da quando Pyongyang ha chiuso le sue frontiere in modo radicale. La scelta dell’isolamento è la chiave dell’approccio “zero covid” del paese.

Ma il regime nordcoreano non aveva fatto i conti con la variante omicron, che ha trovato il modo di infiltrarsi in un paese chiuso. La Corea del Nord, tra l’altro, presenta l’incredibile particolarità di non aver vaccinato la popolazione ed è l’unico paese al mondo insieme all’Eritrea ad aver rifiutato tutti i vaccini preferendo trincerarsi dietro le frontiere sbarrate.

Dal 12 maggio Pyongyang ha ammesso di essere stata colpita dalla pandemia. Il leader supremo Kim Jong-un ha parlato di “problemi più gravi nella storia del paese”. Una dichiarazione significativa se consideriamo che la Corea del Nord ha vissuto la guerra negli anni cinquanta e una terribile carestia negli anni novanta.

L’esempio cinese
Le cifre annunciate sono consistenti per un paese che sosteneva di essere stato risparmiato dalla malattia: 1,7 milioni di casi dichiarati e una sessantina di decessi. Ma in realtà i numeri significano poco, perché in Corea del Nord manca tutto, dai test alle strutture sanitarie. Soprattutto mancano affidabilità e trasparenza. Il sito dell’Organizzazione mondiale della sanità continua a riportare “zero casi di contagio” nel paese, perché non ha ricevuto alcuna comunicazione sulle cifre.

I frequenti collegamenti aerei con il nord della Cina sembrano indicare che Pechino abbia inviato aiuti sanitari alla Corea del Nord

Kim Jong-un è apparso in pubblico con indosso una mascherina (un fatto assolutamente eccezionale) e ha invitato il suo governo a prendere esempio dalla Cina per affrontare la pandemia. A Shanghai l’approccio cinese ha comportato un isolamento totale, test a ciclo continuo e la vaccinazione degli abitanti. Ma la Corea del Nord non possiede né la logistica né gli equipaggiamenti per imitare il suo potente vicino, ed è lecito temere che un isolamento generalizzato possa rivelarsi ancora più brutale e autoritario di quello applicato in Cina.

I frequenti collegamenti aerei con il nord della Cina sembrano indicare che Pechino abbia inviato aiuti sanitari alla Corea del Nord, ma il regime di Pyongyang non ha ancora risposto all’offerta di assistenza del nuovo presidente sudcoreano, il conservatore Yoon Suk-yeol, insediatosi da poco. La pandemia, come tutto il resto in Corea del Nord, è una questione politica e diplomatica.

La Corea del Nord può davvero permettersi di rifiutare le offerte di aiuto? Negli anni novanta il padre dell’attuale leader aveva permesso che la carestia uccidesse due milioni di persone piuttosto che chiedere assistenza. Oggi il regime dinastico investe una fortuna nel programma nucleare e balistico ignorando i problemi sociali.

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La vicenda è tanto più delicata se consideriamo che Joe Biden è atteso in visita il 20 maggio in Corea del Sud per rafforzare l’alleanza tra i due paesi, in una regione chiave per gli Stati Uniti e per la loro rivalità con la Cina. Nel suo discorso di insediamento, il nuovo presidente sudcoreano ha proposto un aiuto economico massiccio per il nord in cambio della denuclearizzazione. Ma per Pyongyang si tratta di un accordo inaccettabile.

In due anni e mezzo il covid ha evidenziato numerosi problemi nascosti. È accaduto in Europa e negli Stati Uniti, mentre oggi tocca alla Cina, con il disastroso accanimento sulla strategia “zero covid”, e ora anche alla Corea del Nord, dove il sovrainvestimento militare rende il paese indifeso davanti alla malattia. Il vantaggio di una dittatura, però, è che si può sempre lasciare che il popolo muoia in silenzio.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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