Imbattersi in un’installazione destinata a promuovere un disco in uscita fa uno strano effetto: è un misto di gigantismo che riporta all’epoca di Mtv e di situazionismo stanco da tardo Maurizio Cattelan. Abituati come siamo alla “netflixizzazione” degli spazi pubblici, è dissonante inciampare in qualcosa dedicato a un disco come evento. Con la riduzione dei budget e delle vendite, bastano le pubblicità fluo di Spotify dentro le stazioni delle metropolitane. Molti cartelloni, tanti gadget, dischi e poco altro: questa è la via della promozione musicale contemporanea.

Ogni tanto qualcuno torna al vecchio formato, e si apre un portale: è stato inquietante uscire dalla stazione Termini a Roma a mezzanotte e superare la gigantesca scritta FLOP, solo per notare una specie di cadavere vestito di nero riverso sulle ultime lettere. Nella scarsa lucidità del mio arrivo notturno, pensavo che fosse il corpo abbandonato di qualcuno, non un manichino, e mi sono chiesta perché gli facessero le foto invece di tirarlo giù, nonostante fosse evidentemente un’istallazione per lanciare l’ultimo disco di Salmo. Non si tratta di una provocazione particolarmente stimolante né di una scelta di cattivo gusto, ma è inevitabile pensare a come è stato scelto il luogo in cui piazzare la scritta “fallimento”: l’ingresso di una stazione che dopo una certa ora non accoglie più, la bocca di una città che “ospita” un numero sempre più compatto di persone senza fissa dimora, sempre più spesso giovani da quando si trascina la pandemia. Non era un obbligo, ma chissà se ci hanno pensato. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1430 di Internazionale, a pagina 90. Compra questo numero | Abbonati