A scorrere le tappe previste da band internazionali per il loro ritorno in concerto, può subentrare una certa malinconia: l’Italia appare raramente tra i paesi in cui si esibiranno. Non è tanto una questione di tradizione – prima della pandemia c’era stata un’innegabile capacità attrattiva del nostro paese – quanto di un ridimensionamento parallelo a quello degli eventi culturali in generale.

Alcuni paesi hanno deciso d’iniettare molte risorse nei luoghi dei concerti (Germania e Paesi Bassi, con vere campagne da dopoguerra), sapendo che così avrebbero attratto un pubblico di viaggiatori appassionati di musica e sognando di poter esercitare un monopolio culturale, ora che perfino Londra è in affanno per la Brexit. L’Italia, per ora, deve contare un po’ sui rituali dell’amore e dei legami esclusivi con certi artisti.

Per fortuna tra questi c’è un’artista assoluta come Patti Smith: per il suo nuovo ciclo di concerti ha scelto di esibirsi alla Royal Albert Hall di Londra, al Panthéon e al Grand Rex di Parigi e il 10 ottobre alla Nuvola di Roma, per la manifestazione Riemergere. E che Patti Smith è stata? Molto più asciutta di com’era abituato il pubblico italiano, che cercava di tirarle sempre fuori Pasolini, le poesie e la frenesia di un’obbligatoria People have the power. Quella sera è stata in grande sintonia con le altre anime: la lavoratrice, l’amante, la fan. Bellissime le cover di Blame it on the sun di Stevie Wonder e One too many mornings di Bob Dylan: è sempre stupefacente quando in un canone così familiare, luccica qualcosa d’inedito, e un ritorno si fa nuovo. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1431 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati