Alcuni classici contemporanei hanno la struttura di un concept album: l’esempio più evidente è Il tempo è un bastardo di Jennifer Egan, romanzo strutturato come un’opera punk rock newyorchese. Anche le serie televisive sanno farsi dischi: lo dimostra Strappare lungo i bordi di Zerocalcare, “strutturata come un disco emocore/punk melodico, tipo Hüsker Dü: episodi brevi, testi velocissimi, saliscendi emotivi a rotta di collo” (l’intuizione è di Francesco Farabegoli, firma della newsletter Bastonate). La velocità e sincerità della serie la rendono un Candy apple grey di Rebibbia, il tipico album che si memorizza in maniera così facile da diventare una macchina del tempo: ogni volta che lo ascolti sei lì.


È un lì variamente definito, che ha bisogno di letteralità: usando The funeral per un lutto, o Haut les coeurs per un rilancio sentimentale, la colonna sonora accompagna il racconto senza pomparlo. La canzone fa da tatuaggio trasferibile, un gioco pagato poco ma che rivela colori vividi sulla pelle; un segno che diventa più importante quando si stinge. Si tratta di un processo di creazione e perdita della memoria che dura pochi minuti, come un pezzo emo, un trucco che s’impara nell’adolescenza e si rinfrange in tutte le stagioni successive, sfuggendo per costituzione all’idea di essere “generazionale”. La colonna sonora ridimensiona un po’ il peso di questa espressione, rendendo palese il corto circuito tra tutte le generazioni, lavorando sulle interferenze statiche tra infanzia, adolescenza e vita adulta. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1437 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati