Anni fa sulla rivista New Statesman uscì un articolo abbastanza intrigante sul rapporto tra opere d’arte e malattia, intesa non come turbamento esistenziale o cedimento dei nervi, ma proprio come qualcosa che riguarda organi e parti del corpo meno nobili del cervello e del cuore: quante poesie e romanzi scritti dipendono da un mal di denti di Emily Dickinson stesa a letto, da un’ulcera di Virginia Woolf o da un raffreddore di Sylvia Plath?

Era un discorso un po’ irriverente sulla malattia, non esattamente vicino all’esordio musicale in prima persona di Lepre, ma che gli somiglia per questo senso di lateralità nell’entrare in un ambiente noto.


Malato di Lepre, oltre a vantare una delle copertine più belle di un disco italiano recente – una natura viva di arance colorate e spaccate che sembra un controcanto benigno dei fiori decaduti di dei New Order – ispira curiosità, e dalla curiosità è positivamente vinto. Con uno stile di scrittura che può ricordare un po’ quello di Edda, ma con minore afflizione (tanto per restare nell’ambito semantico di qualcosa che attacca il corpo), Lepre strappa pezzi di quotidiano e ne custodisce i lacerti con una specie di stupido incanto, che alterna malinconia e meraviglia.

Il brano Mio marito sta bene nelle parole quanto nella partitura musicale, in un flusso armonico che pulsa in tutti i pezzi del disco: sono canzoni in cui si riconosce che non si sta bene, in qualche modo “si sente”, e da questo sentire fluisce una forma bizzarra di benessere, che non arriva a essere guarigione, ma quasi. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1463 di Internazionale, a pagina 102. Compra questo numero | Abbonati