Tra i musicisti che hanno trovato una camera separata a Berlino c’è Federico Albanese, un compositore di classici moderni che da poco ha pubblicato Before and now seems infinite, raccolta di brani atmosferici in cui appaiono due pezzi cantati, che sono tra gli episodi più felici: Summerside con Marika Hackman e Feel again con Ghostpoet. A volte, quando ci si perde nel mare della musica classica contemporanea – che tende a lambire essenzialmente due coste, le colonne sonore dei film e la musica elettronica possibilmente innervata da fonti sonore sempre meno occidentali – viene da chiedersi cosa sentivano dentro di sé le persone che ascoltavano Schubert o Strauss nei momenti di raccoglimento.


Forse nella loro testa si aprivano dei paesaggi assimilabili a quadri di pittori in voga all’epoca, qualcosa di vivace e museale insieme. Albanese fa parte di quella schiera di musicisti contemporanei, Ólafur Arnalds su tutti, per la levigatezza e la malinconia che li accomuna, capaci di schiudere sensazioni molto visive durante l’ascolto, portandoci a vedere e addirittura ricordare scene che non abbiamo mai visto. Non a caso il tema di Before and now seems infinite è la memoria. Ma un conto è quando la musica incoraggia la nostra immaginazione a cercare ricordi inventati, un altro è quando rievoca dei film che si sono visti già mille volte, una ripetizione che suscita un’emozione stanca. Quando Albanese riesce nella prima cosa, come in Unicorn e The quiet man, ci fa vedere l’ottimo compositore che sa essere, fuori dal quadro. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1466 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati