Quando devo spiegare l’importanza della punteggiatura per chi scrive e traduce, e quanto è importante rileggere un testo ad alta voce per coglierne tutti i significati, mi vengono in mente due passaggi. Uno appartiene a L’ora della stella di Clarice Lispector, e l’altro a La campana di vetro di Sylvia Plath. Nel primo libro Macabèa, una ragazza del Nordeste, una regione del Brasile, viene investita per strada e mentre sta rattrappita su sé stessa dice: “Io sono, io sono, io sono”.

Anche Esther, la protagonista della Campana di vetro, è una ragazza sola in città, e anche lei arriva a dire “Io sono, io sono, io sono”, ma a differenza di Macabèa Esther non muore: lo fa quasi (e lo farà fuori dalla pagina).

Per visualizzare questo contenuto, accetta i cookie di tipo marketing.

Eppure, quando uno legge questo verso di Plath, è come se ci sentisse dentro un punto, mentre nel caso di Lispector no: è ingannevole il ritmo che separa nell’ultimo istante la morte dalla vita.

Disperatamente e felicemente viva è invece Nada Malanima, che nel suo nuovo disco La paura va via da sé se i pensieri brillano inserisce un grido che fa “Io ci sono / In questo mondo in questo giorno / Io ci sono / Io ci sono / Io ci sono” e questa barra obliqua (/) usata per affermare la propria presenza assume un altro valore. Cantata, riletta o semplicemente detta, la barra obliqua nella sequenza di Nada ben la rappresenta, perché è colla e taglio insieme. E, se uno deve pensare a una sostanza per descrivere la sua scrittura, direbbe proprio questo: colla e taglio, che anche in questo disco torna il gesto coraggioso di chi separa, e la bellezza di chi sa tenersi insieme, malgrado tutto. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1483 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati