In Perù è stata appena annunciata una seconda riforma agraria. Alla fine ha prevalso il buon senso: il paese che ha una produzione agricola ricca e millenaria, il paese delle cento varietà di patate, dell’uciuva e della quinua, che i ricchi del primo mondo mettono nelle loro insalate chiamandola erroneamente quinoa, non può continuare a essere un paese di contadini poveri.

Per quelli di voi che non sapevano che c’era già stata una prima riforma agraria e che si chiedono perché ne serva un’altra, ve lo spiego. La prima riforma agraria, introdotta nel 1969 dal governo del generale Juan Velasco Alvarado, fu una rivoluzione necessaria e sostenuta dai contadini, che non solo abolì la schiavitù semifeudale ma garantì per la prima volta la cittadinanza ai nativi e riconobbe tutte le etnie del Perù. Fu un cambiamento sociale e politico. Certo, si svolse all’interno di una dittatura, ma fu una misura giusta. Un anno fa uno stupendo documentario peruviano intitolato La revolución y la tierra (La rivoluzione e la terra) ha rimesso il tema della riforma agraria al centro del dibattito, e per giorni è finito tra gli argomenti più discussi su Twitter. Un tema che aveva diviso i peruviani in capitalisti e comunisti, in liberali ed espropriati, in libertari e sostenitori dello stato. Per la prima volta si è cominciato a parlare pubblicamente della questione in termini molto diversi dal racconto manicheo proposto dalle persone che avevano perso i privilegi ai tempi di Alvarado. “La terra è di chi la lavora” sembra una frase di buon senso, ma non lo è per chi fino a oggi ha messo in discussione non tanto il “come” della riforma ma proprio il fatto che sia stata introdotta danneggiando i “legittimi proprietari”. Ancora oggi i discendenti di quelle persone ricordano con nostalgia il passato latifondista. La prima riforma agraria riuscì a neutralizzare l’enorme potere politico che ancora esercitavano i signori della terra e che impediva l’avvio di un processo di cambiamento sociale e democratico indispensabile per il paese. Era l’eredità naturale del colonialismo che si era esteso durante la repubblica e che funzionava attraverso lo sfruttamento e la miseria dei nativi. Alvarado pronunciò questa mitica frase: “Contadino, il padrone non mangerà mai grazie alla tua povertà”, e cedette dieci milioni di ettari di terreni.

L’obiettivo del progetto è creare una sovranità alimentare, approvando leggi sull’agricoltura familiare, sull’industrializzazione dei prodotti agrari, sulle cooperative e sull’apertura di nuovi mercati

La riforma agraria non fu la misura imposta da un capo militare meticcio e invidioso, come vorrebbero dipingerla alcuni, ma una soluzione giusta dopo secoli di rivolte native e contadine. In questo senso la riforma può essere considerata non un’espropriazione nei confronti di alcuni, ma una restituzione e un risarcimento per gli altri. La lotta era cominciata contro i coloni, continuò contro i latifondisti e ora investe le multinazionali del settore alimentare. La riforma agraria fu una pietra miliare nella lotta per la terra in Perù, ma non ne è stata il culmine.

Per questo una seconda riforma agraria era già nei piani di governo di Verónica Mendoza, la presidente del movimento Nuevo Perú che si era candidata alle presidenziali di aprile 2021. Ora verrà introdotta grazie alla coalizione tra il partito di Mendoza e quello del presidente Pedro Castillo. L’obiettivo del progetto è creare una sovranità alimentare, approvando leggi che si concentrino sulle fattorie familiari, sull’industrializzazione dei prodotti agrari, sul sostegno alle cooperative e sull’apertura di nuovi mercati. Sovranità alimentare non significa isolamento o carenza e nemmeno la fine delle importazioni. Vuol dire puntare a un’economia concentrata sul consumo locale, una tendenza che si sta rafforzando in diversi paesi e che in Perù è stata demonizzata per anni dai liberisti. Si sarebbe potuto parlare della crisi dell’agricoltura e di misure d’emergenza, di ricostruzione. Invece l’etichetta è importante: seconda riforma agraria, con tutta la sua carica simbolica.

Davanti ai mezzi d’informazione, alcuni di proprietà di vecchi latifondisti, che gridavano: “Apocalisse! Espropriazione!”, Castillo ha ricordato che da bambino accompagnava suo padre in casa del proprietario terriero per lasciargli il raccolto. Le migliaia di lavoratori dei campi riuniti nella fortezza di Sacsayhuamán per l’annuncio della riforma hanno applaudito fragorosamente, forse perché sentivano di condividere, per la prima volta, le loro storie di vita con quella di un presidente della repubblica. ◆ as

Gabriela Wiener è una scrittrice e giornalista peruviana. Questo articolo è uscito sul giornale online elDiario.es.

Questo articolo è uscito sul numero 1431 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati