Negli ultimi mesi sono usciti diversi libri di autori televisivi sul loro mestiere. Non so bene perché. Forse una coincidenza, o forse perché la tv è in crisi, figurarsi chi la fa. E parlarne diventa un’alzata di mano. Ne cito alcuni: Scrivere la scaletta perfetta (Audino) di Luca Parenti, con indicazioni tecniche sulla struttura base di ogni trasmissione; La riunione (Feltrinelli) di Pietro Galeotti, con aneddoti e riflessioni sul rito più ricorrente ed effimero; e un saggio di Valdo Gamberutti, Elogio dell’autore televisivo. Paradosso di un mestiere sconosciuto (Bordeaux), che offre un’interessante chiave di lettura: quella dell’autore tv è una “non scrittura”. Ovvero il suo valore risiede nella sottrazione, nella capacità di rispettare, senza dominarla, la “verità” del racconto. Grazie alle dirette e all’aplomb da elettrodomestico del mezzo, le cose in tv accadono veramente, occorrono qui e ora, le parole vanno servite con mano leggera, ascoltate invece che presunte, agevolate e non condizionate. La tv, per sua natura, è da sempre incline a sabotare il copione, a tradirlo con un’imprevista “botta di vita”. Quando si fa beffa dei suoi professionisti suscita qualcosa d’interessante – commozione, comicità, sdegno o semplice imbarazzo – e fa strame di ogni sforzo autorale. Per questi motivi potremmo sostenere che non solo gli autori e le autrici migliori sono coloro che “non scrivono”, ma che la tv più bella è quella che non è manco pensata. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1454 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati