Mi dispiace. Volevo intitolare questo articolo “Il caso argentino” e le parole si sono prese gioco di me: per sbaglio sono diventate “Il caos argentino”. Le parole, si sa, parlano più delle persone: l’Argentina infatti è nel caos. Mi hanno chiesto tante volte: perché questo paese ricco di risorse è ridotto così? Oggi, se qualcuno mi facesse questa domanda, gli direi di guardare alle elezioni. Il 2023 è un anno dispari e questo significa che in Argentina è un anno di elezioni. Ci saranno dieci o dodici appuntamenti elettorali. L’Argentina ha 24 province o distretti. Per ora sappiamo che due eleggeranno un governatore il 16 aprile; altre tre lo faranno il 7 maggio; quattro il 14 maggio; e solo una l’11 giugno. Queste sono le date confermate: tra giugno, luglio, agosto e settembre dovrebbero tenersi le elezioni in un’altra dozzina di province. Tutto questo succede perché i governatori, generalmente in carica da molti anni, vogliono mantenere separati il voto provinciale e quello nazionale. Molti sono peronisti che temono di essere associati al partito alle presidenziali e vogliono essere rieletti prima.

Questa confusione dimostra come negli ultimi decenni l’Argentina sia diventata una confederazione instabile di feudi molto stabili, dove ogni leader provinciale mantiene il comando per decenni e impone le sue condizioni al leader nazionale.

Negli ultimi decenni l’Argentina è diventata una confederazione instabile di feudi molto stabili, dove ogni leader provinciale impone le sue condizioni al leader nazionale

Per completare il quadro il 13 agosto sono previste le elezioni più improbabili, le Paso, nelle quali tutti i cittadini sono chiamati a votare per le primarie interne a tutti gli schieramenti. Sono state istituite dai coniugi Kirchner nel 2009 “per favorire la democrazia interna al partito”. Però, da allora, i peronisti hanno sempre presentato un solo candidato: quello scelto dalla loro leader Cristina Fernández. In altre parole le Paso, una grande mobilitazione da 25 milioni di elettori e 170 milioni di euro, sono un enorme sondaggio pagato dallo stato che anticipa i risultati delle presidenziali con poca precisione. Questo perché tra un’elezione e l’altra passano due mesi, e in due mesi in Argentina succedono molte cose. Il primo turno delle presidenziali si terrà il 22 ottobre e il ballottaggio il 19 novembre. A quel punto il paese avrà avuto una o due elezioni al mese da aprile. Non c’è da sorprendersi se l’affluenza cala e la democrazia perde credibilità.

Certo, è peggio il fatto che 18 milioni di argentini vivano al di sotto della soglia di povertà e che l’inflazione annuale raggiunga il 100 per cento. Ma quest’ondata di elezioni dimostra quanto sia difficile governare un paese dilaniato e quanto siano incompetenti i politici che lo fanno. A nove mesi dalle presidenziali, i due partiti favoriti non hanno un candidato. Nessun peronista al potere vuole presentarsi perché, data la situazione economica che lascerà chi ci sta governando, è quasi sicuro di perdere. L’unico che vuole candidarsi è il presidente Alberto Fernández, ma il suo capo, la vicepresidente Cristina Fernández, sta cercando d’impedirglielo. E comunque il presidente uscente ha poche possibilità di vincere. Nel frattempo Cristina Fernández dice che non si candiderà perché è “proscritta”. Si riferisce al processo che due mesi fa l’ha condannata a sei anni di carcere per truffa ai danni dello stato. Ma la pena detentiva e l’interdizione dai pubblici uffici entreranno in vigore solo alla fine del processo, tra qualche anno. Insomma, può essere eletta e ricoprire cariche pubbliche, ma ora la sua politica si basa sul “rifiuto della proscrizione”, che non esiste, e lei lo ripete all’infinito, come un Napoleone da manicomio.

Nel frattempo l’opposizione neoliberista ha almeno sette aspiranti candidati che litigano per avere l’onore di essere i prescelti senza arrivare a una soluzione. A dirimere il dissidio potrebbe essere l’ex presidente Mauricio Macri, bocciato quattro anni fa dopo un’amministrazione fallimentare. Ma non lo fa, perché anche lui forse vuole candidarsi.

I due gruppi non spiegano il loro programma e la loro idea di paese, perché sospettano che, come diceva l’ex presidente peronista Carlos Menem, “se dicessi cos’ho intenzione di fare, nessuno mi voterebbe”. Parlano solo di come stanno facendo male quelli dell’altro partito. Non è difficile però immaginare le loro intenzioni, perché questi due gruppi governano da decenni. L’Argentina è diventata un paese reazionario, in cui ogni governo commette tanti disastri e quello successivo viene votato per produrre disastri tutti nuovi. È come una giostra, che gira in tondo senza avanzare di un passo. È un paese in cui un uomo come Javier Milei, che si definisce libertario e dice di essere favorevole alla vendita di organi o di bambini perché il mercato dev’essere libero, sta raccogliendo consensi tra i giovani stufi dei soliti politici.

Gli argentini come me lo sanno: quando sembra che nulla possa andare peggio, noi riusciamo a peggiorare le cose. Anche in questo potremmo essere campioni del mondo. ◆ fr

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Questo articolo è uscito sul numero 1501 di Internazionale, a pagina 42. Compra questo numero | Abbonati