Lazzaro felice.

È un momento formidabile per il cinema italiano

Lazzaro felice.
23 maggio 2018 13:33

Imprevedibilmente, il festival di Cannes ha attribuito alla ristretta selezione italiana ben tre premi importanti: quello per la sceneggiatura al film di Alice Rohrwacher Lazzaro felice, quello per l’interpretazione maschile (Marcello Fonte) a Dogman di Matteo Garrone, quello per il miglior documentario a Samouni road di Stefano Savona.

Su Savona bisognerebbe tornare, perché questo ostinato regista siciliano ha già alle spalle un curriculum importante e perché il suo film ci è sembrato, grazie alla scelta del documentario, come il più immediatamente politico dei tre, e di radici sovranazionali. Parla infatti di Gaza, di Palestina e di Israele, di guerra e di massacro, e Savona lo fa meglio di qualsiasi altro documentarista che conosciamo. E di quasi tutti i giornalisti, dei giornali o della tv.

Non sono film ottimisti, ed è anche questo a irritare i critici borghesi sempre schierati in difesa dei più forti, e del sistema, ma anche i professorini e i fanzinari, o i webbaroli, che alcuni chiamano ormai zombetti, amanti di videogiochi che essi chiamano cinema, di macchine celibi, di simulacri. C’è anche, tra i vivi, chi insiste su un’idea di cinema ferma a prima delle nouvelle vague, che furono un fenomeno di più di sessant’anni fa e qualche traccia l’hanno lasciata (si rilegga uno dei saggi non superflui di Umberto Eco, Opera aperta).

Cinema e letteratura
Il mondo non è incantevole e armonico, e di certo non lo è mai stato, anche se l’esperienza individuale e quella collettiva hanno visto epoche – brevi – di notevole serenità. L’arte non può non tenerne conto e non esserne toccata, come è avvenuto in altri tempi brucianti.

Il mondo attuale, in particolare, può entusiasmare solo i nuovi servi, chi se ne lascia incantare e castrare e, ovviamente, chi sta dalla parte del potere e ne gode gli effetti, ma anche lì con la spada di Damocle di un’insicurezza collettiva sulla testa – le guerre, le disparità tra ricchi e poveri, la parte privilegiata del mondo (Stati Uniti, Europa del nord e in parte del centro e in parte del sud, Australia e Nuova Zelanda) accerchiata dall’altra, sfruttata con esiti determinati per il momento dai rapporti di forza (armi e denaro) stabiliti da chi ha più soldi e di conseguenza decide, comanda.

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Nel bisogno di rassicurazioni che confermino i loro privilegi, intellettuali e pseudointellettuali dei nostri giorni badano tranquillamente ai propri interessi, idealizzandoli e idealizzandosi, mirano al successo anche se lo sanno assai fragile e transitorio perché il mercato chiede ossessivamente mode nuove. Là dove è più facile (meno faticoso) esprimersi – come in letteratura e nel teatro – la ricerca latita e tutti copiano, da pochi o da tutti non fa differenza, e l’effetto finale è quello del déjà vu.

È anche per questo – per il grado di difficoltà e di azzardo che fare un film comporta – che troviamo in Italia, nella fascia dei creativi, una straordinaria vitalità del cinema, e pensiamo ovviamente al cinema-arte (una parolona che si trema a pronunciare, ma che bisogna pur dire) e non al cinema gradito al più ottuso pubblico della tv, così come al sistema della distribuzione e dell’esercizio, diventato col tempo, nel nostro paese, una piccola meschina congrega di piccoli mercanti senza progetto e senza visione.

Fuori dai salotti e dalle banche
Nel giro di pochi mesi ci è capitato di vedere quattro film di grande valore, e molti ne avevamo visti in tempi recenti, tutti fuori dalla logica romanesca, corporativa, assistita e salottiera – nel frattempo, giornali e università hanno finito col decervellare i critici, una categoria servile, morta e stramorta. Oltre i tre film citati, capolavori a basso costo, occorre ricordarne un quarto, quello dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo La terra dell’abbastanza, inatteso miracolo di stile, di maturità etica ed estetica. Quel fondo di moralità – di esigenza di guardare in faccia i problemi del presente, e la miseria e bassezza della nostra società dal punto di vista di chi più la soffre – appartiene soltanto a chi conosce il poco che conta, e non pone al centro di tutto il proprio successo.

Guardando appena più indietro troviamo i titoli appassionanti e importanti di Franco Maresco, Roberto Minervini, Pietro Marcello, Leonardo Di Costanzo, Jonas Carpignano, Susanna Nicchiarelli, Laura Bispuri, Suranga Katugampala, Michelangelo Frammartino, Alessandro Comodin, Salvatore Mereu, Francesco Munzi, Giovanni Columbu, Edoardo Winspeare, Marina Spada, Daniele Segre, Gianfranco Rosi, Claudio Giovannesi, Saverio Costanzo, Daniele Gaglianone, Andrea Segre, il gruppo di Gatta Cenerentola, Roberto De Paolis e molti altri ancora, e altri che stanno crescendo: una vera e propria e formidabile generazione.

Il cinema italiano, nonostante tutti gli intralci, è tra i più vivi del pianeta e forse il più vivo d’Europa

Quale cinematografia europea può vantare oggi una tale fioritura, comparabile solo a quella del neorealismo e a quella degli anni del boom? Non vale la pena di parlare dei film nati tra salotti e banche, e neanche di Paolo Sorrentino, né di alcuni sopravvissuti incatenati alle passate presunzioni, fermi alla loro lontanissima gioventù. L’ultimo dei grandi è stato Ermanno Olmi, scomparso da poco. I Bertolucci e i Bellocchio e i pochi loro coetanei che ancora lavorano, o si sono messi o sono stati messi a riposo, o arrancano con fatica dietro ai sé di ieri. Mentre nel cinema prevedibile sono in pochi a risultare ancora vivi, i Martone, i Virzì, i Ciprì, che sanno muoversi tra sistema e margini.

Ma uno spazio ci sarebbe ancora, rispondente a una necessità forse più pedagogica che artistica, poiché sì, il nostro popolo ha bisogno di nuova educazione, di una nuova morale sociale, di rinunciare al suo compiaciuto imbarbarimento.

Che l’odioso sistema della distribuzione e dell’esercizio li penalizzi – conseguenza, a ben vedere, di una sciagurata politica della sinistra (corporativa e romanocentrica) almeno dagli anni settanta ma già dal dopoguerra – non è servito a imbavagliare i talenti e l’ambizione di dire cose giuste, mostrare immagini necessarie, costruire storie significative. Sì, il cinema italiano, nonostante tutti gli intralci, è tra i più vivi del pianeta e forse il più vivo d’Europa, anche se l’Italia lo ignora, al contrario di quanto avveniva quando avevamo ancora una società.

Antieroi miti
Ma torniamo ai due dei film ricordati e recentissimi, uno dei quali non ancora nelle sale, senza dimenticare i D’Innocenzo, e avvertendo il dovere di tornare su quello di Savona non appena sarà accessibile a un qualche pezzo di pubblico.

Garrone ha racchiuso in una sola piccola storia il senso di Gomorra, la presa d’atto di una condizione umana svilita e atroce, di una marginalità che riguarda una considerevole parte del paese. La piccola storia di Dogman narra l’impossibilità di essere normali quando si è fuori dai meccanismi centrali dell’economia. E della politica: vedi le ricorrenti rivolte dette populiste della maggioranza degli italiani, che vivono nel paese dell’abbastanza e non più – salvo alcuni – dell’abbondanza, e per questo si sentono insicuri e si sfogano egoisticamente sui più poveri o sui nuovi aspiranti cittadini, arrivati in Italia perché spinti da forme tremende di ingiustizia e violenza.

Dogman narra di un mite che si fa violento per difendersi, là dove è solo una figura repressiva. Mostra il contesto che la cronaca narra e che la politica ci nasconde, e che i mezzi di informazione affrontano sconsideratamente, senza attenzione alle cause ma solo agli effetti, e da un punto di vista che più basso non si può, quello del portafogli gonfio e della pancia piena. Ci fa sentire la violenza da giungla che pervade la nostra società, inutilmente mistificata dai servi del potere.

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Garrone non ci propone un uomini e cani neoverista o neonaturalista, sulla scia benedetta di un realismo zoliano (L’ammazzatoio) o steinbeckiano (Uomini e topi); o su quella non benedetta del neorealismo ottimista zavattiniano. Qualcuno ha detto giustamente che Dogman sta alla nostra epoca come Ladri di biciclette stava a quella degli anni della ricostruzione, della democrazia. Ci sembra un’osservazione giustificata, perché racconta il rovescio di quella spinta, una nuova barbarie. Di conseguenza, è il ritorno a un’arte che sa assumere su di sé la difficoltà dei tempi, per i più.

Mostra, anche a chi fa di tutto per farlo ignorare o per ignorarlo, cosa può essere la condizione umana in un’epoca tormentata come la nostra. Stretta, rispetto al passato, dalla manipolazione mediatica e morale della tecnologica, e da quella antica che rimanda alla difesa tribale, all’assurdo del dio è con noi e al sangue che inevitabilmente ne scorre.

Insomma, alle spalle di Garrone sentiamo le ansie e i disgusti e l’amore di Fëdor Dostoevskij per i suoi antieroi miserabili – per quelli più miti, non per i persecutori e per gli aguzzini. La miseria porta miseria, l’abbandono porta violenza, l’assenza o improbabilità di proposte positive porta alla pervasività del male, alla sua esplosione. La crudezza garroniana è lucidità, è moralità in un paese che non ha più una morale sociale e neanche individuale, né può più averne senza l’aiuto di una politica che sia anche pedagogia, una chiarificazione che nasce dalla rivolta dei veri buoni (lucidi, consapevoli, non ruffiani), non dall’accettazione delle regole del gioco capitalistico da parte dei finti.

Di tutto questo si rende ben conto anche Alice Rohrwacher in Lazzaro felice. Il suo film ci si presenta nella chiave di un realismo poetico che ha alle spalle una grande tradizione, il Tolstoj dei “libri di lettura” per bambini e per contadini.

Può sembrarci un miracolo, questo cinema, se pensiamo al contesto in cui è cresciuto

Al medioevo dello sfruttamento padronale, borghese e semischiavistico dei contadini – la maggioranza della popolazione italiana fino agli anni sessanta del novecento, gli anni che hanno cresciuto la generazione oggi al comando, la generazione miracolata – è seguito il nuovo medioevo della civiltà del benessere (e delle banche), come diceva Elsa Morante in polemica coi sogni pasoliniani del passato. Era, questo passato, quello per il quale Carlo Levi poteva parlare di “un volto che ci somiglia” (ci somigliava). Mentre oggi, troppo spesso, è difficile riconoscerci nei volti o non-volti o maschere prodotti dalla mutazione, frutto delle nuovissime manifestazioni del potere.

Tra ieri e oggi, Lazzaro è un diverso, ingenuo ma puro, che sa amare il prossimo e la natura, e sa infine reagire all’ingiustizia che lo circonda (le banche!), grazie all’esperienza che gli deriva dalla migrazione nella modernità o post-modernità.

L’antica leggenda di Rip van Winkle o del pastore Aligi rivive nello spostamento temporale, nel disadattamento che ne consegue, ma il puro folle resta comunque il più saggio, anche se rischia spesso di diventare un capro espiatorio. La natura, sembra dirci il finale, è comunque più forte, la bestia sopravviverà.

Il cinema italiano è vivo, ma non è al centro dell’attenzione delle istituzioni e del potere, che certamente non lo proteggono; e però è forse questo il motivo della sua freschezza, della sua importanza. Può sembrarci un miracolo, questo cinema, se pensiamo al contesto in cui è cresciuto e in cui riesce a dare frutti. È un dono che il paese non si merita, non se lo meritano i suoi governanti, i suoi intellettuali, la sua scuola, le sue università. È nostro dovere proteggerlo e sostenerlo, esaltarne la libertà, l’intelligenza e la morale: la poesia.

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