“Se mi arriva un altro manoscritto di un esordiente con una Fender Stratocaster mi dimetto”: era il 2008, e questo messaggio era scritto in un’email per rifiutare un mio manoscritto che conteneva, per l’appunto, una Fender Stratocaster. Volendo proseguire la riflessione della settimana scorsa su cosa rende la sincerità e la spontaneità artificiose in un testo o in una canzone, o cosa sa di troppo vecchio, di “troppo anni novanta”, è inevitabile considerare che i riferimenti musicali nei romanzi stanno sparendo. Se fino a dieci anni fa era quasi impossibile imbattersi in un esordio in cui uno dei personaggi non suonava o non citava questa band o quella canzone, saccheggiando l’approccio di Haruki Murakami, Nick Hornby o Gianluca Morozzi, oggi questa inclinazione pare cristallizzata nel tempo.


Ci sono la trap e il rap, certo, ma più che essere citati, questi generi hanno proprio alterato la struttura dei racconti: un’amica che insegna scrittura creativa mi ha fatto sorridere quando ha detto di aver beccato uno studente a parafrasare un pezzo di Noyz Narcos, riscrivendolo in una specie di fan fiction, senza citare la fonte, ma adottandone temi e velocità. Quando leggo dei manoscritti non ancora pubblicati, in quella fascia di scrittura tra la fine dell’adolescenza e i primi vent’anni, li trovo carichi di riferimenti a internet e agli orientamenti di genere con una nomenclatura ossessiva e specifica che ha quasi la stessa intensità emotiva un tempo dedicata proprio alle band e alle canzoni. Ma niente Fender Stratocaster, appunto. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1443 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati