Dieci anni fa online giravano manifesti contro le playlist ripetitive dei locali italiani, che in certe serate diventavano famigerate “rockoteche” in cui si passavano senza sosta Interpol, The Strokes e Bloc Party, soppiantando i Cure e i Depeche Mode. Quel momento della vita notturna non ha portato suoni nuovi, visto che quei gruppi erano tutti dei rimpasti degli anni settanta e ottanta, ma ha creato comunque un sentimento generazionale, che tra l’altro poi si è estinto senza che quasi ce ne accorgessimo: le band si scioglievano oppure facevano dischi nuovi uguali a quelli di prima, e sparivano così.

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Ora, a giudicare dalle playlist fantasma che si sentono in certi bar la notte, in cui a tradimento riappaiono addirittura i Kooks o i Kaiser Chiefs, pare che quelle playlist stiano vivendo una seconda vita, o una seconda morte: esaurito il ciclo della nostalgia degli anni novanta, siamo ufficialmente nel ripasso dell’indie rock dei duemila. E con quell’indie rock, oltre ai toni garage o di new wave caramellosa, torna anche la dolcezza.

Questo discorso forse non c’entra niente con le intenzioni di Prim, progetto della cantautrice Irene Pignatti, che esce con il disco When monday comes per l’etichetta We Were Never Being Boring, che ha certe malinconie levigate più tipiche del folk confessionale e occasionalmente acido come una mela verde di Elena Tonra dei Daughter, ma fa pensare che con un simile sguardo in bilico tra passato e futuro possa tornare anche una specie di preziosa innocenza, e d’incantata ingenuità. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1444 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati