Nonostante la pervasività dei videogiochi, da quelli rudimentali a cui abbiamo giocato nell’infanzia a quelli tanto perfetti quanto stranamente privi di erotismo del presente, le loro ambientazioni faticano a diventare metafore piene dell’esperienza cittadina. Quando si visitano o si esplorano delle città, resta sempre quell’inerzia di dire “sembra di stare in un film” per commentare la sensazione d’inatteso o di bellezza o di paradosso: forse perché, nonostante tutto, il cinema resta un’esperienza più immaginifica e costruita, mentre giocando ad Assassin’s creed a Venezia sembra di stare davvero a Venezia (per tanti aspetti, dire “sembra di stare in un videogioco” è qualcosa che si poteva fare solo negli anni ottanta).


Su queste interferenze competitive e antagoniste tra ambienti virtuali, sceneggiati e reali all’interno di una città (in questo caso Milano) si gioca l’album Stock fantasy zone di Babau (progetto di Luigi Monteanni e Matteo Pennesi), fondatori dell’etichetta Artetetra.

L’effetto è un po’ quello di un documentario sulla città-modello tridimensionale. A prima vista ci s’interfaccia con architetture ben disegnate e modulari, che però man mano si scompongono: i brani del disco sono dei tasti o dei filtri che permettono di selezionare colori e forme a discapito di altre, creando una struttura sonora in cui a un certo punto s’incasina tutto e i livelli si mischiano. Il render si sballa, a volte è troppo veloce e altre troppo stordito e lento, ma starci dentro è divertente. Viene da dire: “Sembra di stare in una canzone”. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1452 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati