Il controllo dell’inflazione è tornato al centro del dibattito economico e le opinioni su come metterlo in atto sono contrastanti. Secondo quella più diffusa, servirebbero politiche monetarie più rigide, tassi d’interesse più alti e una liquidità ridotta, nonostante l’impatto che queste misure avrebbero sulla fragile ripresa economica di molti paesi. Altri sostengono che l’inflazione sia temporanea, un riflesso dei colli di bottiglia nelle forniture e dei cambiamenti nel mercato del lavoro, e che presto si correggerà da sola.

Nei paesi ricchi i politici continuano ad affidarsi a strumenti macroeconomici per affrontare il problema. Ma l’inflazione dei prezzi dei prodotti alimentari è diversa dalle altre. Ha un impatto molto più forte sulla vita delle persone, soprattutto nelle economie in via di sviluppo, e riflette anche cause più complesse, che avrebbero bisogno di strategie diverse. Purtroppo i governi non ne discutono abbastanza.

Nei prossimi anni i cambiamenti climatici eserciteranno una pressione maggiore sulla produzione alimentare. Le più danneggiate saranno le regioni in via di sviluppo

Questo disinteresse è preoccupante. Alla fine del 2021 l’indice dei prezzi dei prodotti alimentari elaborato dall’agenzia delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura (Fao) era tra i livelli più alti dell’ultimo decennio e vicino al suo picco precedente, quello del giugno 2011, quando molti temevano una crisi globale. Per di più l’incremento del 2021 è stato improvviso: dal 2015 al 2020 i prezzi dei prodotti alimentari sono stati relativamente bassi e stabili, ma l’anno scorso sono aumentati in media del 28 per cento. Gran parte di questa impennata è dovuta ai cereali. Ma sono aumentati anche i prezzi di altri prodotti: quello dell’olio vegetale ha toccato un record, quello dello zucchero è cresciuto del 38 per cento e anche i rincari di carne e prodotti caseari sono comunque a doppia cifra.

Oggi l’aumento dei prezzi alimentari supera il tasso d’inflazione complessivo ed è ancora più preoccupante se si pensa al declino dei salari dei lavoratori durante la pandemia, soprattutto nei paesi a basso e medio reddito. Questa combinazione letale di rincari alimentari e salari più bassi sta causando un aumento di fame e malnutrizione.

La crescita dei prezzi dei prodotti alimentari può avere molte ragioni. Alcune sono sistemiche. I problemi nelle filiere, in particolare nei trasporti, sono un fattore determinante. Il prezzo dei cereali è aumentato nonostante una produzione globale record di 2,8 miliardi di tonnellate. Anche i costi dell’energia sono decisivi, così come il rincaro del petrolio. A causa di fenomeni meteorologici estremi sempre più frequenti l’esito dei raccolti è più imprevedibile e la resa più bassa. Alcuni sostengono che i prezzi dei prodotti agricoli, dal caffè brasiliano ai piselli gialli canadesi (molto usati nell’industria alimentare per produrre sostituti vegetali della carne) sono sensibilmente aumentati nel 2021 dopo che eventi causati dal cambiamento climatico hanno danneggiato i raccolti.

A marzo del 2021 la Fao ha dichiarato che i disastri naturali legati al clima stanno avendo delle conseguenze sulle forniture alimentari. Nei prossimi anni i cambiamenti climatici eserciteranno una pressione molto più forte sulla produzione. Le più colpite saranno le regioni in via di sviluppo in Asia e Africa. Le minacce della crisi climatica alla produzione alimentare dimostrano che per affrontarla serve una maggiore cooperazione internazionale. Purtroppo questa collaborazione sembra improbabile.

Altri fattori che contribuiscono all’aumento dei prezzi sono il risultato di cambiamenti politici. Tra loro l’incremento delle scorte da parte di governi e singoli consumatori, che temono le conseguenze di nuove ondate della pandemia sulle forniture. L’attesa di futuri aumenti dei prezzi alimentari diventa una profezia che si autoavvera a causa dell’attuale crescita della domanda.

Secondo la Fao nel 2021 la spesa globale per le importazioni di cibo è stata la più alta di sempre, superando i 1.750 miliardi di dollari, con un incremento del 14 per cento rispetto al 2020. È stata più alta del 12 per cento rispetto alle previsioni della stessa Fao. Questa è una brutta notizia per le economie più povere, che potrebbero avere più bisogno d’importare prodotti alimentari rispetto ad altri paesi, ma che rischiano di essere espulse dai mercati globali a causa di un aumento della domanda.

L’altro fattore importante è la speculazione finanziaria sui mercati alimentari, che di recente si è risvegliata. Negli ultimi anni questi beni erano diventati meno attraenti per gli investitori, ma le cose sono cambiate con la pandemia. Nel 2021 gli investimenti nel settore hanno registrato una forte crescita.

I governi potrebbero risolvere i problemi legati alle scorte e alla speculazione. Per farlo però dovrebbero esprimere una comune volontà di risolverli. Finché non lo faranno, l’inflazione determinata dai prezzi dei prodotti alimentari continuerà a colpire più duramente i poveri. ◆ gim

JAYATI GHOSH
è un’economista indiana. Insegna all’università Jawaharlal Nehru di New Delhi e collabora con diversi giornali indiani.

Questo articolo è uscito sul numero 1444 di Internazionale, a pagina 34. Compra questo numero | Abbonati