Non ho fiducia nel futuro ma ho fiducia nella sua imprevedibilità. Con il senno di poi è facile dimenticare quanto siano state straordinarie la caduta del muro di Berlino e la rivoluzione di velluto nel 1989; o come i matrimoni tra persone dello stesso sesso siano diventati realtà in molti paesi; o come l’Irlanda e l’Argentina abbiano legalizzato l’aborto. Anche le cose terribili, purtroppo, arrivano senza preavviso. Spesso un evento grave – la pandemia, l’invasione dell’Ucraina – ha conseguenze indirette. Il covid-19 ha innescato cambiamenti radicali nel mercato del lavoro degli Stati Uniti: sono aumentati i salari, molti lavoratori hanno abbandonato il loro impiego o si sono organizzati per chiedere compensi più alti.

La pandemia e l’invasione avranno importanti conseguenze sulla politica climatica. Prima di tutto dovrebbero farci capire che è impossibile fare previsioni esatte sul futuro. In secondo luogo dovrebbero convincere le persone che è possibile cambiare radicalmente le cose, perché il 2022 sembra segnato da cambiamenti mondiali tanto profondi quanto quelli del 2020.

La realtà in cui viviamo era inimmaginabile fino a poco tempo fa. Se vogliamo avere fiducia in qualcosa, dobbiamo credere nell’incertezza. E ammettere che c’è spazio per agire

Quello che la storia non smette d’insegnarci è che un’altra sorpresa è in arrivo e, nonostante l’invasione dell’Ucraina non lo sia stata per molti, il modo in cui si sta svolgendo – l’approssimazione dei russi, il coraggio degli ucraini, la risposta globale – è stupefacente. Forse è vero quello che disse una volta Lenin, “ci sono decenni in cui non succede nulla; e ci sono settimane in cui avvengono decenni”. Le settimane scorse sono state un terremoto.

I prezzi del petrolio sono alti. Le azioni delle aziende petrolifere russe Rosneft, Gazprom, Lukoil e Surgutneftegas sono crollate alla borsa di Londra, perdendo fino a 190 miliardi di dollari della loro capitalizzazione. Non so se il mondo ha mai visto una cosa simile. La loro volatilità ha reso i combustibili fossili un cattivo investimento. Il 1 marzo il movimento ambientalista si è rallegrato del fatto che i suoi sforzi abbiano portato gli azionisti a disinvestire quarantamila miliardi di dollari dai combustibili fossili. Di recente la Bp, la Shell, la Exxon e altre grandi aziende petrolifere hanno cancellato i loro investimenti in Russia, una decisione che limita la capacità del paese di estrarre e vendere idrocarburi. La Germania ha dichiarato che le fonti rinnovabili sono l’energia della libertà e ha giurato di accelerare la sua indipendenza dai combustibili fossili e dalle forniture russe. Il mondo ha ammesso quello che gli attivisti del clima gridano da tempo, ovvero che i combustibili fossili sono inseparabili dalla corruzione e dalla violenza. L’azienda per la gestione del gasdotto Nord stream 2, che porta il gas russo in Europa occidentale attraverso il mar Baltico, è andata in bancarotta. Se qualcuno avesse descritto questa situazione anche solo una settimana prima, sarebbe stato deriso.

Vladimir Putin sta combattendo una guerra reazionaria in Ucraina, con una fiducia esagerata nel potere politico della violenza. Il suo slogan sembra essere “Make Russia great again”. Le sue tecniche d’assalto potevano forse funzionare nella seconda guerra mondiale. Ma non sempre, neanche allora. Quello che le potenze imperiali dovrebbero aver imparato dalle loro guerre in Vietnam, Afghanistan e Iraq è che la volontà di un popolo non può essere rasa al suolo dai bombardamenti e che rischiano più che altro di farsi del male da sole.

In un mondo iperconnesso è emerso un nuovo corrispettivo della guerra, non in forma d’invasione ma di embargo e isolamento. La Russia è stata rapidamente tagliata fuori da molti settori: sport, tecnologia, commercio di materie prime, sistema bancario internazionale e così via. Le conseguenze sono già pesanti e peggioreranno. Nessuno in Russia è stato bombardato, ma i potenziali rifugiati economici stanno scappando dal paese. Molti esperti sospettano che questo errore politico segnerà, in un modo o nell’altro, la fine dell’era di Putin, anche se nessuno sa come finirà il suo regno.

La realtà in cui viviamo oggi era inimmaginabile fino a poco tempo fa. Il mondo che sta arrivando è qualcosa per cui possiamo lavorare, ma che non possiamo prevedere. Se vogliamo avere fiducia in qualcosa, dobbiamo credere nell’incertezza. E ammettere che dentro questa incertezza c’è spazio per agire.

Sarebbe sbagliato prevedere che possiamo lasciarci alle spalle l’era dei combustibili fossili e fare quello che il clima ci chiede. Ma sarebbe anche poco saggio sostenere che è impossibile. Solo le nostre azioni possono cambiare le cose. È quasi impossibile sapere come vivremo nel 2072. Ma il modo in cui immagino sia possibile farlo è pensare a quanto fosse inimmaginabile nel 1972 il 2022. Non vediamo più lontano del piccolo bagliore prodotto dalle nostre lanterne. Ma con quella luce possiamo viaggiare tutta la notte. ◆ ff

Rebecca solnit
è una scrittrice e saggista statunitense. Il suo ultimo libro uscito in Italia è Ricordi della mia inesistenza (Ponte alle Grazie 2021). Questo articolo è uscito sul Guardian.

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Questo articolo è uscito sul numero 1452 di Internazionale, a pagina 48. Compra questo numero | Abbonati