“Lo dico a tutte le canaglie, non finirò mai in carcere!”, urlava l’anno scorso ai suoi sostenitori il presidente brasiliano Jair Bolsonaro. Quando parla della prospettiva di finire in prigione si agita. “Lo giuro su dio, non sarò mai arrestato”, ha dichiarato a maggio davanti a un gruppo di gente d’affari. Se è vero che passa “metà del suo tempo” a gestire le cause in cui è coinvolto, è sicuramente preparato all’eventualità di un arresto. Nei suoi toni sprezzanti però si avverte una nota di disperazione. Quello che è successo all’ex presidente boliviana Jeanine Áñez, condannata di recente per aver orchestrato un colpo di stato, suona come un avvertimento.

In vista delle elezioni presidenziali di ottobre, che probabilmente perderà, Bolsonaro è preoccupato di finire in carcere per le sue “azioni antidemocratiche”, come lui stesso le ha definite con un improbabile eufemismo. Questo timore spiega i suoi tentativi di screditare le elezioni, come quando il 18 luglio ha convocato decine di diplomatici stranieri per scagliarsi contro il voto elettronico e mettere in dubbio la regolarità delle operazioni. Per quanto questo comportamento possa sembrare assurdo – e costringere gli ambasciatori ad ascoltare 47 minuti di follie lo è – il suo è sensato. Bolsonaro ha ottime ragioni per temere il carcere. In effetti è difficile tenere il conto di tutte le denunce contro di lui e il suo governo.

Il presidente brasiliano teme di  essere arrestato per le sue “azioni antidemocratiche”, come lui stesso le ha definite usando un improbabile eufemismo

Tanto per cominciare, c’è il problema dell’indagine della corte suprema sugli alleati di Bolsonaro, accusati di far parte di una specie di “milizia digitale” che inonda i social network di disinformazione e coordina campagne diffamatorie contro gli oppositori. In un’inchiesta lo stesso presidente è indagato per il suo “ruolo diretto” – per dirla con le parole della polizia federale – nella disinformazione.

Ma le malefatte di Bolsonaro non si limitano certo al mondo digitale. Il suo mandato è stato ricco di scandali legati alla corruzione. Il marcio comincia dalla famiglia: due dei suoi figli, che ricoprono anche incarichi pubblici, sono accusati di aver sottratto fondi statali, incassando parte degli stipendi di soci e dipendenti fantasma a libro paga. Accuse simili, che riguardano il periodo in cui era parlamentare, hanno colpito lo stesso presidente e persone di primo piano del governo.

Poi c’è il rapporto della commissione del senato sulla pandemia, secondo cui il presidente ha adottato misure insufficienti contro il covid-19 e può essere ritenuto responsabile di molti dei 679mila morti nel paese. Nelle raccomandazioni finali del rapporto si richiede la sua incriminazione con nove capi d’accusa, tra cui spreco di fondi pubblici e crimini contro l’umanità.

Come risponde Bolsonaro? Ricorrendo alla possibilità di secretare per cento anni una serie di informazioni “sensibili”: il dettaglio delle spese della sua carta di credito, il procedimento disciplinare dell’esercito che ha assolto un generale ed ex ministro della salute colpevole di aver partecipato a una manifestazione a favore del presidente, e la documentazione fiscale dell’inchiesta per corruzione su suo figlio maggiore. Siamo ben lontani dall’uomo che all’inizio del mandato si vantava di aver messo “la trasparenza sopra ogni altra cosa”.

Se la segretezza non funziona, entra in gioco l’ostruzionismo. Bolsonaro è stato spesso incolpato di aver cercato di ottenere informazioni privilegiate su diverse indagini o di averle intralciate. È stato accusato dal suo ex ministro della giustizia di aver interferito con la polizia federale. È una tesi credibile: nella registrazione di un vertice del governo del 2020, in seguito resa pubblica, Bolsonaro diceva di non voler “aspettare di vedere fottuti i miei familiari o i miei amici” e preferiva cercare di sostituire i funzionari di polizia.

Per poter esercitare questo potere, però, il presidente deve mantenere il suo incarico. E siccome ne è consapevole, sta distribuendo incarichi governativi di alto livello e fondi per assicurarsi il sostegno dei parlamentari di centro. A giudicare dalla quantità di richieste di messa in stato di accusa – a dicembre del 2021 ne erano state avanzate più di 130 – è fondamentale poter contare su un sostegno economico.

La sfida più grande di Bolsonaro però sarà conquistare l’elettorato. Anche in questo caso il presidente sta facendo ricorso a dei trucchi. A luglio il congresso ha approvato un emendamento costituzionale, soprannominato “legge kamikaze” dal ministero dell’economia, che dà al governo il diritto di spendere fino al 31 dicembre altri 7,6 miliardi di dollari (circa 7,5 miliardi di euro) per sussidi sociali e altri aiuti. Un tentativo sfacciato di garantirsi il consenso in tutto il paese. Non sappiamo se questo aiuterà la causa del presidente, ma manda un segnale chiaro: Bolsonaro sta disperatamente cercando di evitare la sconfitta. E ha tutti i motivi per farlo. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1474 di Internazionale, a pagina 44. Compra questo numero | Abbonati