C’è stato un tempo in cui ci pareva naturale che, al cinema, i rudi uomini del west, gli indiani d’America, gli arabi amici di Lawrence d’Arabia e Lawrence d’Arabia stesso si esprimessero in italiano. Se anche ogni tanto ci accorgevamo che il movimento delle labbra degli attori non aveva niente a che fare con le parole nostrane, comunque tiravamo avanti incantati. Poi è venuto il momento – caso mai andando a qualche festival o in salette per persone fini – dei film in lingua originale sottotitolati. Certo, all’inizio è stata dura. O guardavi il film o leggevi. E se guardavi il film non capivi cosa si dicevano i personaggi, e se leggevi ti sfuggivano gli sguardi, le smorfie, cosa faceva lui, cosa lei. Ma insisti e insisti – ora un’occhiata alle immagini, ora alla scrittura, ora a tutt’e due, senza contare un po’ di claudicante inglese o francese – alla fine eri contento dell’impresa, dicevi: i film andrebbero visti sempre così, e però tornavi ai film doppiati. Poi sono arrivate Sky, Netflix e altre piattaforme. Contro di loro si possono lanciare molti fondatissimi anatemi. L’unica cosa che non si può dire è che non ci consentano di vedere ogni sera film in lingua originale con sottotitoli. La scelta è ampia, le lingue sono numerose quanto quelle elencate da Google traduttore. Il mio vicino di casa mi ritiene più che poliglotta, quando tengo troppo alto il volume.

Questo articolo è uscito sul numero 1439 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati