◆ Per i miei genitori vivere nel bosco non è stata una scelta. Quella casa senza bagno, senza acqua corrente né elettricità era l’unico riparo possibile. Posso descriverla solo con ciò che mancava, riscaldamento compreso, quando gli inverni in montagna stavano sotto lo zero. Non avevano che il focolare in cucina, per cuocere il cibo e diffondere un po’ di calore intorno. Erano poveri mia madre e mio padre, rurali per necessità. Sono nata in casa e sono stata sempre una bambina gracile, nel bosco. Ho avuto i vermi e ho rischiato di morire per il morbillo e altri malanni. Se avessimo avuto il telefono per chiamare il medico del paese non sarebbe venuto: da noi gli ultimi chilometri si facevano a piedi o a dorso di mulo. Così è salita la levatrice per farmi nascere. Alla prima visita, a otto anni, risultavo sottopeso, con segni di rachitismo. Mi erano mancati dei nutrienti essenziali. Il bosco dei bambini di cui troppo si parla non è così lontano da dove abito. Molti rumori mi arrivano da lì, alcuni attendibili. Ma io non credo di saperne abbastanza per dare giudizi. Dico solo che gli adulti sono liberi nelle scelte di vita, anche le più estreme. I bambini vanno protetti, difesi, tutelati finché sono bambini. Il caso è iniziato con un ricovero per intossicazione da funghi velenosi. Il bosco non sempre dà buoni frutti. A me è rimasto il freddo nelle ossa e la paura. Una paura senza nome.
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Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati





