C’è del metodo dietro l’apparente follia dell’approccio di Donald Trump alla geopolitica e all’economia globale. Al centro della riproposizione della dottrina Monroe voluta da Trump – o “dottrina Donroe”, come l’ha ribattezzata – c’è la convinzione che gli Stati Uniti possano agire con totale impunità all’interno del loro “cortile di casa” e che le altre grandi potenze, a cominciare dalla Cina, possano fare lo stesso nelle proprie zone di influenza. Al contempo Washington si riserva il diritto d’imporre la legge dei suoi interessi ovunque ritenga di doverlo fare, compresa la Groenlandia.
Questo approccio, descritto brillantemente dall’economista indiano Prabhat Patnaik come “imperialismo da gangster”, rimanda alle radici coloniali del capitalismo, che affondano in un’epoca in cui i rapporti tra i popoli e i governi erano regolati dalla forza. Anche mettendo da parte i gravi problemi morali e legali insiti nella strategia di Trump, resta un interrogativo: tutto questo può davvero funzionare? Se vogliamo affidarci alla storia, la risposta è no. Negli ultimi due secoli il capitalismo ha oscillato tra periodi d’intenso conflitto tra stati e fasi in cui una singola superpotenza stabiliva le regole. Nell’ottocento questo ruolo lo ricopriva il Regno Unito. Dalla metà del novecento questa posizione è stata occupata principalmente dagli Stati Uniti.
Prima o poi gli effetti negativi di tutto questo si faranno sentire, ma il mondo non può permettersi di aspettare che Trump o il suo successore cambino atteggiamento
L’egemonia di un paese non ha mai significato l’assenza di guerre, ma ha comunque limitato i conflitti su vasta scala, che secondo Lenin erano guerre in cui il capitale privato sostenuto dallo stato combatteva per controllare l’economia. Oggi, però, lo slancio imperiale degli Stati Uniti è allo stesso tempo eccessivo e indebolito. La politica estera di Trump nasce dalla convinzione che la globalizzazione guidata da Washington abbia servito gli interessi del capitale statunitense (soprattutto la finanza), ma i suoi benefici si sono ridotti con l’ascesa di potenze emergenti come la Cina. Il rimedio proposto da Trump è assicurarsi un controllo economico e militare su risorse e mercati in regioni che considera parte della sfera d’influenza esclusiva degli Stati Uniti. Ciò significa abbandonare qualsiasi forma di ordine internazionale basato sulle regole, rimuovendo la foglia di fico della promozione della democrazia e dei diritti umani ed esibendo senza vergogna la vecchia dottrina predatoria. Anche questa strategia difficilmente può risultare efficace, poiché alimenta l’instabilità e danneggia gli interessi a lungo termine delle aziende statunitensi. Le risorse economiche infatti non sono ordinatamente contenute da sfere di controllo diverse e i mercati, per loro stessa natura, si sovrappongono. Se una potenza cerca di affermare il proprio dominio su tutti i fronti, le controversie diventano inevitabili.
Certo, alcuni settori economici statunitensi ne trarranno benefici. Il complesso militare industriale, per esempio, ha generato enormi profitti grazie alle guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Ma per altri interessi andrà diversamente. Le multinazionali che dipendono da catene di rifornimento verticalmente disintegrate e geograficamente disperse saranno danneggiate, mentre le istituzioni finanziarie abituate a flussi di capitale relativamente liberi subiranno una riduzione delle opportunità. Le aziende tecnologiche, che hanno bisogno di accedere ai dati provenienti da tutto il mondo, si troveranno estromesse da alcuni mercati esteri cruciali.
Se l’aggressività di Trump può generare alcuni benefici a breve termine, nel lungo periodo è destinata a essere controproducente. Molti paesi, compresi alcuni alleati di lunga data, stanno già cercando di ridurre la propria dipendenza da Washington formando nuove coalizioni in ambiti specifici. Problemi aggravati dal progetto economico di Trump, che continua ad anteporre i combustibili fossili alla transizione energetica. Le bolle speculative alimentate da modelli d’intelligenza artificiale e criptovalute, sovrastimate, non possono essere un sostituto adeguato.
Oltre alle conseguenze sul piano economico, trattare l’America Latina come il “cortile di casa” provocherà una forte resistenza popolare. Gli statunitensi hanno una lunga storia di tentativi di dominare la regione attraverso interventi militari, sostegno alle dittature militari e sanzioni: poiché la disuguaglianza e l’insicurezza stanno crescendo, già oggi esistono le condizioni per una rivolta.
Prima o poi gli effetti negativi di tutto questo si faranno sentire, ma il mondo non può permettersi di aspettare che Trump o il suo successore cambino atteggiamento. La prudenza mostrata dai leader europei non è una risposta accettabile. Per contrastare l’imperialismo da gangster di Trump serve una cooperazione internazionale che non dipenda dal consenso degli Stati Uniti. L’azione collettiva non è più un’opzione, ma l’unica risposta alla minaccia di un paese in preda a una deriva insensata. ◆ as
Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it
Questo articolo è uscito sul numero 1649 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati





