07 maggio 2020 16:06

I protagonisti dei cinque film candidati al David di Donatello sono due fratelli, un ragazzo che diventa uomo, una banda di ragazzini, un quasi-bambino e suo padre, un uomo di mezz’età in conflitto con i suoi vecchi amici.

Il primo re, Martin Eden, La paranza dei bambini, Pinocchio e Il traditore sono dei film che sanno rinnovare molti cliché del racconto fiabesco, di quello storico, di quello di mafia, ma hanno in comune una cosa che resta una costante del cinema italiano: parlano di maschi.

È il primo aspetto che salta agli occhi di questa cinquina, forse poco ai giurati: un elemento evidentemente conservativo. L’anno scorso c’era stata la felice anomalia di Susanna Nicchiarelli, Valeria Golino e Alice Rohrwacher, anche se c’erano comunque un sacco di maschi, certo più fragili e problematici – Lazzaro felice o Dogman, quasi una risposta plastica alla crisi del patriarcato inaugurata dal #Metoo.

L’edizione 2020 ha invece di nuovo degli eroi al centro della scena. Eroi tragici come Remo o la batteria di microcriminali della paranza, melodrammatici come Tommaso Buscetta o Martin Eden, romantici, violenti, feroci, leali, impegnati in risse o sparatorie, alle prese con un proprio romanzo di formazione o con la paura di perdere il proprio status di primo tra i pari. Anche i cinque registi candidati al premio per il miglior film e il premio per la migliore regia sono maschi, gli stessi nelle due categorie: Marco Bellocchio, Matteo Rovere, Claudio Giovannesi, Pietro Marcello e Matteo Garrone. È innegabile che sia un elemento conservativo in un’edizione che invece regala diversi elementi di rinnovamento profondo per l’immaginario. Vediamo quali sono.


Innanzitutto la possibilità ormai data di osare, dando corpo ai margini e agli altrove: i produttori si fidano. Non si era mai visto un film come Il primo re prodotto in Italia, recitato in un prelatino ricostruito, ambientato di fatto in un mondo preistorico; ma anche investire su una fiaba come Pinocchio o su un graphic novel come per l’esordio di Igort con 5 è il numero perfetto non è affatto banale. Dei cinque film candidati solo La paranza dei bambini è ambientato ai giorni nostri; gli altri amano il tempo della storia e ancora di più il tempo sospeso, come Martin Eden che azzarda nel poter fare un film popolare anche con gli anacronismi e la visionarietà.

Napoli si conferma la città d’elezione dell’immaginazione cinematografica. Ogni anno è Napoli espansa che si prende la scena, trasfigurata di volta in volta in modo diverso. Due anni fa c’erano ben tre candidati al miglior film ambientati a Napoli (il vincitore Ammore e malavita, La tenerezza e il capolavoro La gatta cenerentola); l’anno scorso era la periferia surreale innominata del Villaggio Coppola in Dogman.

Quest’anno c’è l’iperrealismo della città ormai anonima e claustrofobica, iperpopolata e deserta, dove vicoli e città bene sono un unico indistinguibile, della Paranza dei bambini (e la capacità di dirigere i ragazzini da parte di Giovannesi entrando nel loro punto di vista la rende una specie di città immaginata); c’è la Napoli inventata di Martin Eden dove Pietro Marcello ha deciso di trasferire da San Francisco il romanzo di Jack London – una città sospesa tra il Regno delle due Sicilie e la crisi post-industriale; c’è la Napoli spaventosamente sensuale del bellissimo esordio di Francesco Lettieri, Ultras, che non è nella lista dei David ma se lo sarebbe meritato; e c’è la Napoli senza epica del film italiano più bello uscito l’anno scorso, Selfie di Agostino Ferrente, candidato tra i documentari.


Andrebbe poi davvero dato un premio speciale ai protagonisti ragazzini di Selfie e La paranza dei bambini, che raccontano in controluce un altro tema che attraversa moltissimi film dei David di quest’anno (come anche la più importante serie prodotta in Italia, L’amica geniale, ancora a Napoli): l’accesso all’istruzione, e in generale alla conoscenza.

È il racconto epico più commovente: quello del conflitto non tra le classi sociali, ma tra quelle culturali. E persino Il primo re ci rimanda una sorta di verità antica: nella lotta tra fratelli, non è il più forte a vincere ma il più saggio. Pinocchio è una grande parabola su questo, lo stesso è per Martin Eden; è straziante vedere il combattimento di Martin quando vuole emanciparsi e ha tutti contro. Accedere alla conoscenza vuol dire avere una propria voce credibile, sarà così per Martin Eden come per Tommaso Buscetta, per cui i lunghi colloqui con Falcone sono una sorta di apprendistato alla lingua.

Non è un caso che il sud (Napoli ma anche la Palermo di Il traditore rimandano a un meridione postmoderno, in cui la criminalità di sistema è diventata altro) e la questione maschile siano così al centro delle storie dei film più importanti dell’edizione 2020. Gli uomini protagonisti si trovano lacerati tra l’adesione al gruppo e il seguire il proprio destino individuale, spesso salvati dalle donne: che sia l’affittuaria di Martin Eden o la Fata Turchina. Fa impressione vedere accostate la scena di Alessandro Borghi/Remo – che dopo aver ricevuto la profezia degli dei sulla sopravvivenza di solo uno tra i due fratelli, urla: “Sono io il mio destino” – con la scena di Luca Marinelli/Martin Eden che si scaglia contro l’individualismo prima in un dibattito tra socialisti poi in una tavola tra liberali: quanto sono soli entrambi!


Come è solo, ovviamente, Tommaso Buscetta, e morirebbe solo se non gli fosse concessa in sorte – è questo il colpo della sceneggiatura del Traditore – l’amicizia di Giovanni Falcone (Fausto Russo Alesi, altro talento incredibile tra gli attori italiani, mancato candidato come attore non protagonista). I botta e risposta di Buscetta con, o meglio contro, Pippo Calò e Salvatore Contorno (Fabio Ferracane e Luigi Lo Cascio, meritatissimi candidati come attori non protagonisti) sono tra le cose migliori che abbiamo visto al cinema negli ultimi anni, perché contengono anche qui la stessa confessione: siamo noi il nostro destino.

Essere soli, staccarsi dal gruppo, non credere nemmeno agli dèi: sembra questo il destino degli eroi, dei maschi in lotta. Nella Paranza questa lotta viene raccontata come stato di natura, per quelli che non sono nemmeno adulti. Eppure in modo magari solo evocato, il destino è sempre invece segnato da una donna. Tommaso Buscetta di fatto si salva dalla comunità belluina, primordiale della mafia, perché gli piacciono le femmine: questa è la traccia più forte che ci fa amare il suo personaggio (anche grazie alla straordinaria immedesimazione di Pierfrancesco Favino). Si tratta del conflitto tra la vita, i figli, il sesso, e il potere, il legame con gli affiliati, la morte e il lutto.

Chissà se di Napoli o della questione maschile o del rapporto tra la dimensione vitale e quella luttuosa si potrà parlare nella serata di premiazione che andrà in onda in diretta su Rai uno l’8 maggio, in prima serata, condotta da Carlo Conti. Sarà la cerimonia probabilmente più vista di sempre, ed è un peccato che la Rai si immagini di omogeneizzarla al racconto televisivo, invece di lasciarsi un po’ contagiare. A essere presentate non saranno tutte le categorie, ma solo quelle maggiori: i fonici come i documentaristi saranno tagliati per le esigenze della diretta. Ed è un peccato, perché in questo momento in cui non si sa nemmeno se e quando molte sale cinematografiche riapriranno e continuiamo a vedere i film sulle piattaforme in streaming e sempre di più il mercato punta su questo tipo di fruizione, avere almeno una sera per riconoscere l’autorialità di un montatore o di un fonico sarebbe necessario per capire cos’è il cinema.


Il David è il premio italiano più importante per il mondo del cinema, ed è bene che resti avvolto da una specie di aura. Per questo per esempio è abbastanza insensato aver introdotto una categoria che si chiama David dello spettatore, per premiare il maggiore incasso: l’hanno vinto quest’anno Ficarra e Picone con Il primo Natale.

Poco sensato perché è una specie di copia del Ciak d’oro, la rivista diretta fino all’anno scorso da Piera Detassis che è oggi è la direttrice del David; e poco sensato perché invece il David dovrebbe aumentare le categorie che premiano i tecnici per esempio, scorporando magari il premio al sonoro tra mixaggio e montaggio o introducendo più premi per i documentari (teniamo conto che talenti come Garrone, Giovannesi e Marcello vengono da lì). Questi premi sono dei fari su interi settori professionali e produttivi, e sarebbe auspicabile un David ai film d’animazione che sono un comparto (ancora troppo poco) in crescita in Italia.

Sarà comunque bello vedere sfilare quel mondo; conosceremo dei nomi di cui potremo recuperare qualche film che abbiamo perduto, e forse noteremo un po’ quello che consideravamo all’inizio: che c’è troppa separazione. Alcune professioni, come il regista o lo sceneggiatore sono appannaggio esclusivo degli uomini (dieci su dieci i registi considerando gli esordi, venti su venticinque gli sceneggiatori), mentre per altre – il truccatore o l’acconciatore – sono tanto e spesso più brave le donne. Questo incide su quello che vediamo sullo schermo? Be’, sembra probabile.

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C’è qualche film da recuperare nei centocinquanta che i giurati si sono visti e nei circa quaranta che sono rappresentati solo nelle categorie minori?
Possiamo dire che la cinquina è una delle migliori degli ultimi anni. C’è una generazione nuova, iperlocale, con lingue e immaginari mescolati e inventati, disincantata rispetto al racconto nazionale (l’immigrazione è un tema sempre più presente, da Bangla al Mangiatore di pietre); era successo anche negli anni precedenti, ma oggi è ancora più lampante.

Ci sono purtroppo sempre meno idee nella commedia all’italiana (il successo di Perfetti sconosciuti ha creato delle specie di cloni, e invece vanno segnalati almeno Il campione di Leonardo D’Agostini, Mamma + mamma di Karole di Thomaso, e L’ospitedi Duccio Chiarini); c’è purtroppo una sudditanza anche stilistica nei confronti delle serie; ci sono sempre meno autori riconoscibili. Due veri gioielli che meritavano un posto in una cinquina allargata sono Ricordi? Di Valerio Mieli e Suspiria di Luca Guadagnino. L’anno scorso con Chiamami con il tuo nome ha fatto incetta di candidature; quest’anno non si sa perché è stato meno amato, ma il suo Suspiria non sfigura vicino a quello di Dario Argento.

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