Una delle cattive abitudini della critica letteraria è chiedere a un testo cose che quel testo non vuole fare, che non fanno parte della sua geografia né della sua grammatica, e non appartengono neanche all’inconscio dell’autore, di cui sarà pur padrone: “Ma perché questo libro non fa così, e non arriva lì?”. In ambito musicale questa distorsione è meno diffusa, eppure mi sono resa conto di essere vittima di qualcosa di simile quando ho sentito il singolo estivo di Elodie, Tribale.

Da qualche anno Elodie incarna il desiderio di un intervallo del Superbowl che duri per ore, ma allo stesso tempo riporta nel corpo l’euforia della festa di paese, quando arrivavano le macchinette dell’autoscontro, si usavano profumi discutibili come il Bon Bon Malizia e i tribali mortificavano la fantasia di qualsiasi tatuatore.

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È facile osservare Elodie sul palco e chiederle di essere non tanto la nostra Beyoncé, ma la nostra FKA twigs o la nostra Charli XCX, qualcuno che ha tutta la fisicità e la voce per destrutturare ancora di più il pop e l’rnb tenendosi lontana dai ritmi caraibici e collassare in una specie di liquido amniotico sensuale e lisergico. O, al contrario, per velocizzarne i ritmi e ricreare quelle fantasie da autoscontro da ragazzine, riscattando la musica dance dall’atmosfera mezza esanime da chiringuito.

Ma non è quello che Elodie desidera fare, è evidente, e così ci troviamo davanti a un singolo estivo che poteva essere un’altra cosa, ma che nel corso dei prossimi mesi dimostrerà inevitabilmente di avere ragione nel difendere il suo modesto mezzo impegno. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1465 di Internazionale, a pagina 92. Compra questo numero | Abbonati