Lungi da me atteggiarmi a difensore della tv, però ora si sta passando il limite. Il piccolo (solitario, indifeso, fragile) schermo, balsamo delle nostre esistenze, è bullizzato da ogni fronte: l’esodo dei giovani, il calo degli investimenti, gli eterni pregiudizi e i puntuali studi scientifici che pretendono di attestarne la nocività. Il più recente, firmato dalle università di Cambridge e Hong Kong, sostiene che guardare la tv provochi infarti e ictus in misura maggiore di qualunque altra attività svolta da stravaccati. Preso il solito campione di oziosi, si è osservato che il numero di programmi ingurgitati è direttamente proporzionale all’ostruzione delle coronarie. Oltre le quattro ore quotidiane è morte certa. Mi dico che dovrebbe valere anche per chi divora romanzi oppure passa ore a rispondere alle mail o i pomeriggi a fissare il soffitto. No. Presumo allora che tanta peculiarità stia nei raggi gamma dello schermo, nella postura sbilanciata che impone il telecomando, nello stillicidio dei talk show. No. Ci informano i cervelloni che davanti alla tv tendiamo a mangiare disordinatamente. Che è come dire che fare l’amore è dannoso perché dopo si fuma una sigaretta. Dunque, in conclusione dell’arringa, replichiamo che, secondo il metodo deduttivo di matrice euclidea e popperiana, la colpa, vostro onore, non sia della televisione, innocuo strumento di svago, ma dei salamini. Acquistati, presumibilmente, via computer. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1465 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati