Mariupol

Anche Corrado Formigli, per fretta o per passione, è inciampato su una fonte farlocca, spacciando per mappa del bunker di Mariupol il disegno di un vecchio gioco da tavolo. Mario Giordano, nel suo talk, aveva mostrato immagini da un incidente della metro romana come se fossero scene di panico a Kiev, e per il Tg2 le schermate di un videogioco di guerra diventano la testimonianza diretta dei bombardamenti. L’approssimazione di alcune redazioni è poca cosa rispetto all’abbocco di noi spettatori, incapaci di distinguere ciò che è plausibile dalla fantasia di un gioco di società. L’unica attenuante è che fortunatamente dobbiamo alle soggettive degli sparatutto la sola esperienza di guerre e altre apocalissi e, per quanto irritante sia la nostra ingenuità da nerd annoiati, è inutile infierire. Il ricorso ai videogiochi da parte della tv è un affare più esteso e in crescita. I produttori si rivolgono alla lunga esperienza creativa dell’intrattenimento digitale per fabbricare nuove serie. Titoli storici come Resident evil o The last of us sono rimodellati per il pubblico televisivo, scatenando la collera degli sviluppatori che, estromessi dagli adattamenti, criticano l’approccio autorale. Quando non puoi affidarti all’interattività, dicono, l’errore più grande è concentrarsi sulla trama, spesso esilissima, invece di puntare sull’atmosfera, la cui magia non si può scrivere ma solo sussurrare, come le piccole bugie. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1458 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati